La memoria dell’età dell’oro: Ruscus Aculeatus (Il pungitopo) – Parte 1

Avvertenza

Mi piace raccontare le piante medicinali senza quella odiosa distanza con cui gli entomologi studiano gli insetti, come se fossero una semplice accozzaglia di sostanze chimiche o nella prospettiva irrispettosa dell’utilitarismo della fruizione, secondo la quale ci interessano solo le cose che servono e si piegano ai nostri fini.

Dobbiamo alle piante medicinali un riguardo ed una riconoscenza antica, la loro azione benefica viene da lontano, da una confidenza biologica consolidata nel tempo, da un periodo in cui il nostro stesso organismo, non disturbato dalle infinite acrobazie della chimica moderna,  era forse anche organicamente piu’ capace di ascoltare i segnali giusti e salutari, anche quelli piu’ profondi dei propri intimi bisogni vitali.

Non si tratta di farsi abbindolare dal mito nostalgico della Madre Natura ma, al contrario, di ritrovare i saperi ed i significati che ci hanno portato a prefigurare, tra le mura chiuse di un laboratorio e la scialba seduzione di una provetta, le fondamenta di una nuova e piu’ umana scienza.

Bisogna essere abbastanza cattivi scienziati e scadenti operai della scrittura per riuscire ad immaginare un modo di procedere cosi’ discutibile nel raccogliere notizie e dicerie, secondo la migliore tradizione gastronomica del piatto unico, assortito e nutriente.

Premessa

Tra le piante venerate dagli antichi Romani durante i Saturnali (feste che precedevano il solstizio invernale) e considerate, addirittura, talismani da piantare attorno all’abitazione per allontanare il malefici vi erano piante spinose come l’agrifoglio (denominato dal Mattioli “pungitopo maggiore”) ed il rusco o pungitopo.

I Saturnalia, culto di origine agraria, probabilmente istituite (secondo quanto riportato da Livio) in occasione dell’erezione del tempio di Saturno alle pendici del Campidoglio (497 a.C.), si svolgevano (secondo il calendario inizialmente indicato da Numa Pompilio e poi definitivamente stabilito da Domiziano) nel periodo tra il 17 ed il 23 dicembre (comprendendo il periodo antecedente al solstizio d’inverno, prima della morte e rinascita del nuovo sole) e comportavano, oltre all’accensione di braceri celebrativi (soprattutto davanti al tempio di Saturno), tutta una serie di festeggiamenti diffusi non solo a Roma ma in tutto il territorio dell’Impero.

Nelle province non greche dell’Impero la figura di Saturno fu spesso sostituita da altre divinita’ (es. Mitra, Ba’al, Anubi, ecc.).

Dell’importanza del culto di Saturno presso i Romani ne abbiamo conferma dal fatto che presso il suo tempio era depositato il tesoro pubblico (aerarium), l’archivio di stato e le insegne militari; tra l’altro anche nell’esercito romano si festeggiavano i Saturnalia (“saturnalicum castrense”).

Le celebrazioni si componevano di

  • un culto pubblico presso il tempio di Saturno, che prevedeva il sacrificio di un animale sacrificale (scrofa), un banchetto sacro, vari spettacoli, fiere, mercati e addobbi vari e diffusi con braceri, fiaccole, ghirlande floreali;
  • un culto privato, festoso, che prevedeva lo scambio di doni (cibi, candele, statuette di argilla o pasta), denominati strenne (dalla dea Strenua, del solstizio di inverno), e bigliettini augurali (cui si ispirò Marziale per la sua opera poetica), banchetti condivisi ed il sacrificio di un porcellino.

Sicuramente in quel periodo ci si lasciava andare, oltre che ai piaceri della tavola, anche a quelli più licenziosi della carne (maggiore promiscuità tra uomini e donne) ed al gioco d’azzardo (es.  i dadi) normalmente non consentiti.

Probabilmente durante tali festeggiamenti si doveva spendere molto denaro se nel 161 a.C il Console Gaio Fannio Strabone si vide addirittura costretto ad emanare un provvedimento (Lex Fannia) che stabiliva un limite di spesa di 100 assi per i ricevimenti organizzati in occasione di tale ricorrenza.

Nel periodo dei Saturnalia si assisteva anche ad un giocoso rovesciamento dei rapporti sociali e delle regole, ad esempio fra schiavi e padroni o fra soldati semplici e graduati, che talora portava anche a eccessi e culminava con la paradossale elezione di un “princeps saturnalicus” come sovrano della festa (qualcosa di simile accadeva nelle Cronie, feste similari che si svolgevano nel mondo greco) e con la pratica del travestimento; lo stesso princeps veniva mascherato e vestito in modo appariscente, spesso con dominanza del colore rosso (collegato alle divinità ed agli imperatori).

Solitamente nel periodo dei Saturnalia venivano dimenticati i giorni infausti o luttuosi, tribunali e scuole restavano chiusi, non si potevano dichiarare guerre.

Nel corso dei secoli tale festività fu rielaborata dalla tradizione cristiana con le celebrazioni del Natale, del Capodanno e del Carnevale.

Saturno, secondo tradizione, era il dio che incarnava Crono, proveniente dal pantheon della religione greca, personificazione dello scorrere del tempo.

Nel mito raccontato da Apollodoro, Crono, ultimo figlio di Urano (primo signore del mondo) e Gea, dopo le generazioni mostruose degli Ecatonchiri (con cento braccia e cinquanta teste), dei Ciclopi e quella dei Titani (cui appartiene lo stesso Crono), vendica la cacciata dei fratelli Ciclopi nel Tartaro evirando il padre con una falce di acciaio consegnatagli dalla madre e detronizzandolo.

A sua volta, successivamente, Crono fu detronizzato da suo figlio Zeus che gli successe come sovrano dell’Olimpo delle divinità.

Da Crono e Filira nacque il centauro Chirone, al quale Apollo affiderà Asclepio (dio della medicina), salvato dalla punizione spettata alla madre Coronide, da Apollo incenerita con una folgore.

In realtà il culto romano di Saturno, probabilmente antecedente a Crono stesso, va ad incorporare molti elementi propri anche al culto greco di

Demetra, dea dell’agricoltura, tanto che il nome stesso deriverebbe dal verbo “serere” (seminare).

Secondo gli antichi abitatori italici con l’agricoltura sarebbe nato l’ordine sociale e la morale, in conseguenza della ricchezza derivante dalla coltivazione della terra (tanto che una sposa di Saturno fu chiamata Ops, Opulenza); ci si riferisce ad una originaria “età dell’oro” (Saturnia regna).

Secondo Esiodo in questo regno paradisiaco si viveva “come divinità, passando la vita con animo sgombro da angosce, lontani dalle fatiche e dalle miserie, né la misera vecchiaia incombeva su di loro”, senza differenze di casta sociale, senza la necessità di coltivare la terra (essendo sufficiente la raccolta di prodotti spontanei) in una eterna primavera, senza litigi o guerre, senza doversi riparare sotto alcuna dimora; in questa fase primitiva ed istintiva mancava anche la consapevolezza dell’ineluttabilità della morte.

Altre leggende, note sia ai Greci che ai Romani, fanno riferimento a delle “Isole Beate” dove, si raccontava, il dio avesse posto la sua dimora; secondo C. Tolomeo (100 – 175 d.C.) tali isole dovevano presumibilmente coincidere con le Isole Canarie.

All’età dell’oro seguì, secondo Esiodo, con l’avvento di Giove, quella dell’argento (Matriarcato) e poi quella del ferro (Patriarcato e guerre); secondo il mito è il desiderio di sapere e di progredire (Prometeo, Pandora) a determinare la vera fine dell’età dell’oro.

Le rappresentazioni del dio sono spesso caratterizzate da una folta barba e dalla presenza di un falcetto (donato dalla madre Gea) e da nastri di lana attorno ai piedi, mentre le statuette, rese cave, sono spesso ricettacolo di olio di oliva; si ritrova anche nei famosi dipinti della Casa dei Dioscuri a Pompei.

Ma ad un certo punto l’età dell’oro finisce, quel territorio ordinato e felice chiamato Saturnia si chiamerà Latium (da lateo, in seguito alla scomparsa del dio Saturno, secondo il mito legato e sepolto da Giove in un luogo segreto); il sepolcro del dio doveva contenere, secondo la leggenda, l’aureo seme dell’immortalità; qui inizia la dimensione oscura di Saturno, sposato anche a Lua e legato al mondo ultraterreno dei morti.

I Saturnalia erano quindi considerati la celebrazione simbolica della morte e rinascita del dio Saturno.

Lo stesso princeps rappresentava la personificazione della divinità infera (Saturno o anche Plutone), custode degli spiriti ancestrali e protettore della terra e dei raccolti; secondo i Romani antichi queste divinità, girovaganti in invisibili cortei durante l’inverno per i campi spogli e le contrade incolte, dovevano ricevere offerte e celebrazioni propiziatorie per assicurare la fertilità delle semenze e l’abbondanza di raccolto.

Ed ecco che in Saturno tutto si intreccia in modo profondo e indistricabile: la nascita della civiltà umana e dell’ordine, la fertilità della terra, la medicina, la salute, il disordine e la morte.

Ne restano tracce occulte di questa narrazione nel pungitopo, la sua vocazione protettiva del povero cibo contadino, le spine, il dolore che provocano, la sua testarda persistenza alle stagioni più difficili, ma anche l’oscura mascherata di finte foglie translucide che ospitano al centro, in modo curioso e fuori dall’ordinario, i fiori, quasi invisibili, capaci ancora di regalare un frutto rosso e succoso simbolo di rinascita, di ritorno alle perdute origini, del colore tanto amato dalle divinità.

Introduzione

Il pungitopo è un piccolo arbusto spinoso, sempreverde, perenne, con rizoma strisciante, capace di creare siepi quasi impenetrabili grazie alle sue pseudofoglie spinose (cladodi, rami modificati), alterne, sessili, lucide e coriacee sui rametti rigidi, eretti e ramificati; sul finire dell’autunno questa pianta dioica può generare, da fiori pistilliferi violacei o verdognoli, delle bacche globose e rosse abbastanza persistenti nell’arco dell’inverno.

Il genere Ruscus comprende 3 specie di piante erbacee, tutte caratterizzate dai cladodi, con foglie e fiori appena visibili; una specie simile al R. aculeatus, il R. hyrcanus, sembra contenere una saponina con azione antisclerotica.

Tipico di terreni asciutti in aree boschive e della macchia mediterranea, si trova sia spontaneo sia coltivato prevalentemente a scopo ornamentale.

Sul piano simbolico probabilmente

  • l’aspetto spinoso e la resistenza al clima rigido ne suggeriva una funzione difensiva
  • i frutti rossi globosi richiamavano una simbologia solare

entrambi elementi fatti successivamente propri dalla tradizione cristiana che intravedeva in esso le spine della passione e il germe della rinascita, tanto che ancora oggi la pianta, assieme allo stesso agrifoglio, ma anche ad altre piante come abete, vischio e, in certe regioni, mortella, oleastro, sparaghella e mentha pulegium (Pitrè) fa parte integrante della tradizionale iconografia natalizia.

Il nome deriverebbe dall’antico uso contadino di avvolgere gli alimenti coi suoi rami pungenti per difenderli dall’assalto dei topi.

Talora popolarmente i rami si usavano per fare scope o attrezzi per la pulizia dei camini.

Dott. Claudio Biagi


Bibliografia

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  • S. Pezzella – Un erbario inedito veneto (sec. XV) – Ed. Frate Indovino
  • C. Boccaccio Inverni – Piante medicinali e loro estratti in terapia – Ed. Licinio Cappelli
  • G. Antonelli – Le piante che ridanno la salute – Ed. A.L.C.I.
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  • J. Scholten – Minerals in plants – Ed. Stichting Alonnissos Netherlands
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  • R. Weiss – Trattato di fitoterapia – Ed. Aporie
  • F. Capasso e coll. – Farmacognosia – Springer
  • F. Capasso e coll. – Fitoterapia – Springer
  • F. Firenzuoli – Fitoterapia – Ed. Masson
  • A. Bruni, M. Nicoletti – Dizionario ragionato di erboristeria e fitoterapia – Ed. Piccin
  • Monografie ESCOP – Ed. Planta Medica
  • E. Campanini – Dizionario di fitoterapia e piante medicinali – Ed. Tecniche Nuove
  • L’Informatore Farmaceutico: Guida alle piante fitoterapiche – Ed. Edra

Claudio Biagi

Laureato in Chimica e Tecnologia Farmaceutica, esperto di Nutriceutica (integrazione nutrizionale fitoterapica), Farmacista, Docente di Chimica, Consulente Scientifico, Accademico del Nobile Collegio Chimico Farmaceutico Universitas Aromatariorum Urbis, formulatore di importanti prodotti erboristici, Docente di Fitoterapia presso SMB Italia. Autore di libri e pubblicazioni scientifiche. Direttore Didattico di Campus Framens, Primaria Scuola di Naturopatia

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