La storia infinita del diabete

La storia del diabete, certo la più importante malattia “sociale” contemporanea, è un excursus storico, letterario, clinico e scientifico che si perde nella notte dei tempi anche se per millenni unico sintomo oggettivabile fu la poliuria, senza possibilità di effettuare una diagnosi differenziale e, quindi, di individuare le cause.
Secondo un’audace teoria di Sharon Moalem, esperto in medicina dell’evoluzione, il diabete giovanile si sarebbe sviluppato in popolazioni che vivevano nel Nord Europa or sono circa 12.000 anni, all’epoca di un’era glaciale, per un graduale adattamento al freddo estremo,  evitando cosi di morire assiderati grazie ad alti livelli di glucosio nel sangue che avrebbero impedito alle cellule di cristallizzarsi per congelamento dell’acqua in esse contenute.
Già nel mitico papiro di Ebers, il più interessante de 12 papiri medico-chirurgici giunti sino a noi – pur nel prevalente carattere religioso con frequenti appelli ad Iside, inventrice dell’arte di guarire, ed ad Osiride – tra le numerose descrizioni di malattie e le tante prescrizioni si ritrovano i primi accenni ad una condizione di poliuria, clinicamente assimilabile al diabete.
Anche i test sacri dell’antica medicina indiana (tra i Veda, libri del sapere, quello consacrato alla medicina si riteneva fosse stato emanato direttamente da Brahma) rivelano che era una malattia nota e  diffusa e che i medici erano in varietà di poliuria ed appaiono suggestive la descrizione delle neuropatie sensitive distali e di una “attrazione di formiche”, dovuta alla presenza di zucchero nelle urine dei diabetici che, secondo l’uso comune, urinavano per strada; ed i medici indiani, assaggiandola – come era prassi – si resero conto che era “dolce come il miele” donde l’epiteto “mellito” che venne poi attribuito.
Nel sorgere della medicina razionale, Ippocrate di Kos diede valore semeiologico all’esame delle urine esaminandone il colore, il sedimento, la nubecole e la quantità, dichiarandone la qualità precipue ed osservandole comparativamente nelle diverse malattie.
Ma sembra sia stato Apollonio da Menfi, noto sopratutto quale scrittore di botanica medica, a coniare il termine diabete (dia= attraverso e betes = acqua che passa) per definire la poliuria tipica della malattia in quanto i liquidi bevuti non venendo trattenuti “si servono dell’uomo come di un tubo di passaggio attraversi il quale defluiscono”.
Galeno, nella sua molteplice opera, si occupò anche del diabete (dissenteria urinaria) e, considerandolo un’affezione propria dei reni (atonia della capacità renale) in quanto “i malati avevano una sete indomabile, cosi che bevevano smisuratamente e urinavano tutto il liquido ingerito e quale l’avevano bevuto…” secondo il concetto del contraria contrariis, suggerì come rimedi farmaci tonificanti ed astringenti, dovendo il medico raffreddare il caldo,  riscaldare il freddo, seccare l’umido ed inaridire il secco.
Dopo Galeno, si continuò a prestare grande attenzione all’esame dell’urina e, ancora alla fine del primo millennio, il diabete veniva diagnosticato dagli assaggiatori di urina che bevendo quella dei pazienti ne riconoscevano il sapore dolce.
La cosmopolita scuola Salernitana si occupò con particolare interesse di uroscopia, apportando validi contributi e forse infiltrando qualche nuovo elemento di provenienza araba per cui l’uromanzia si riteneva permettesse dedurre dall’ispezione  delle urine non un saggio segno semeiologico bensì l’intera diagnosi e prognosi della malattia., ritenuta, per lo più, causata da un surriscaldamento dei reni che provocava emissione continua di urine limpide e chiare e, nel contempo, una sete irrefrenabile.
Anche se non manco l’ipotesi, riportata nell’Aplphita, un dizionario anonimo comprendente ben 1322 termini tratti dagli  scritti di numerosi Autori, per lo più salernitani ed arabi, secondo cui era provocata dal “serpente dipsas”, il cui morso provocava sete intensa.
Fu Paracelso, sostituendo alla dottrina umorale una dottrina chimica dell’organismo e della malattia – nella combinazione intima tra macrocosmo e microcosmo, secondo un “severo disordine generale” la cui alterazione principale risiede nel sangue e consiste nello sviluppo di un principio anormale, di natura salina, che una volta giunto ai reni vi aderisce come il tartaro alle botte del vino e determina poliuria.
Solamente verso la fine de XVII secolo intuizioni e scoperte medico-scientifiche, nel fervore della moderna concezione galileiana della ricerca, favorirono le condizioni per la comprensione dell’origine e dei meccanismi di questo complessa  patologia, (diabetes anglicus)  dal diabete insipido (diabetes insipidus).
Finalmente, nel 1683, Johann Conrad Brunner, medico trentenne di Dissenhofen, paesino al confine tra Svizzera e Germania, dimostrò l’importanza del pancreas in quanto, in memorabili esperimenti, dei cani da lui privati di tale organo svilupparono rapidamente poliuria, polidipsia e polifagia.
Fu la prima sperimentazione sulla secrezione endocrina del pancreas ma non ebbe seguito immediato, pur riaffiorando periodicamente ipotesi di un nesso tra diabete e pancreas.
Il diabete continuò sempre a costituire, come sottolineato da Carl Friedrich Forster, “uno dei più grandi arcani della nostra Scienza, un arcano che sogguarda con ghigno mefistofelico quelli che tentano di scrutarno l’intima natura” e vennero, di volta in volta, proposte le terapie più varie ed immaginarie come diete, salassi, cure balne-termali, sanguisughe, elettricità ed esercizi fisici gravosi.
Finalmente, nel 1869, il patologo tedesco Paul Langerhans, allievo ed amico di Virchow, descrisse, nel “Beitrag zur mikorskopichen Anatomie der Bauchspeicheldruse”, le isole del pancreas (isole di Lagerhans), circa 500.000 disseminate nella ghiandola, senza tuttavia comprendere a pieno il significato funzionale.
Fra coloro che attribuivano il diabete a modificazioni del pancreas fu Etienne Lancereaux che ebbe il merito di distinguere, in modo chiaro e netto, due forme principali di malattia: da lato quello “grasso”, un semplice disturbo funzionale relativamente benigno e curabile con opportune misure dietetiche ed igieniche, dall’altro lato “magro”, micidiale prima della scoperta dell’insulina per la distruzione più o meno totale del pancreas.
Ssoboliev osservò che il principio attivo delle isole di Lagerhnas inibiva l’iperglicemia e suggerì la possibilità di ottenerlo sia legando il dotto pancreatico, ed atrofizzando in tal modo il pancreas, sia utilizzando il pancreas dell’embrione di vitello.
La prima impostazione terapeutica venne formulata agli inizi del ventesimo secolo da Allen e Joslin che, negli USA,  introdussero il concetto di alimentazione bilanciata avendo riconosciuto che zucchero ed amidi determinavano rapido e forte aumento della glicosuria.
Passarono molti anni prima che l’importanza del pancreas bella patologia del diabete venisse ripresa in esame ad opera del  giovane fisiologo Frederick Banting il quale, lavorando all’Università di Toronto in collaborazione con la studente Charles Best e con la supervisione del professor J. MacLeod riuscirono ad ottenere insule una secrezione (isletina, poi insulina)  che nei cani utilizzati per i loro esperimenti mostrò la sua efficacia ipoglicemizzante, attività confermata con le successive prove in animali resi sperimentalmente diabetici.
L’11 gennaio 1922 somministrarono l’estratto ad un ragazzo di 14 anni in coma diabetico (diabete tipo 1), ricoverato al Toronto General Hospital, il quale pesava appena 30 kg, aveva perso tutti i capelli e con il ventre terribilmente rigonfio; poco dopo la prima somministrazione usci dal coma e, continuando le iniezioni, si riprese perfettamente nel giro di pochi giorni.
Dopo un mese, venne arruolato un altro diabetico grave, il medico Joseph Ghilchrist che, migliorato rapidamente, restò per lungo tempo nell’istituto di fisiologia, prestandosi spontaneamente a vari esperimenti (“Non appena mi ripresi con la somministrazione di isletina diventai la cavia, il cane, il coniglio più prezioso del laboratorio”) che portarono anche alla comprensione dell’intero metabolismo dei carboidrati.
Toronto divenne ben presto la città della speranza per milioni di diabetici, la notizia della scoperta della nuova cura fece immediatamente il giro del mondo e nel 1923 si diffuse anche in Europa l’insulina estratta dal pancreas bovino (consentendo di disporre di maggiori quantità).
Ma il suo costo era ancora altissimo tanto da imporre severe limitazioni, finché con il miglioramento delle tecniche di produzione e di purificazione ed in pari alle maggiori acquisizioni sulla malattia, divenne di uso comune ancor più dopo il 1961 quando cominciò ad essere prodotta, in modo più economico, dal pancreas di suini, molto efficace in quanto la sua formula differisce da quella umana per un solo aminoacido.
Pressoché di pari passo vennero individuate numerose sostanze ad azione ipoglicemizzante, somministrate per via orale, sempre più sicure ed efficaci, spesso alternativa all’insulina.
Un progresso fondamentale si è avuto con la formulazione, nel 1978 ad opera del National Diabetes Data Group (NDDG) statunitense, di una organica classificazione della malattia che è stata recepita in pieno dalle principali Società  Scientifiche diabetologiche e dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.
Ciò ha permesso, negli anni successivi, di disporre di un quadro di riferimento universalmente accettato con inquadramento, criteri diagnostici e terminologia comuni, facilitando la raccolta di dati epidemiologici, il confronto di esperienze e la definizione di strategie di prevenzione e cura realmente efficaci.
La classificazione del NDDG, adottata nell’Organizzazione Mondiale della Sanità, prevedeva una categoria borderline da ridotta tolleranza di glucosio e cinque grandi categorie di diabete mellito: diabete mellito non insulino-dipendente (IDDM, tipo1), diabete mellito gestazionale (IDDM, tipo II), diabete mellito correlato a malnutrizione, diabete mellito di altro tipo.
Ognuna di queste grandi categorie era a sua volta suddivisa in sottogruppi, considerando criteri clinici, elementi etiopatogenici e proposte terapeutiche.
Con il progredire delle conoscenze etiopatogeniche anche questo inquadramento nosografico ha iniziato a non essere più adeguato a dare una sistemazione organica alla malattia nella sua complessa articolazione per cui è derivata l’esigenza di un aggiornamento che un Comitato dell’American Diabetes Association (ADA), ha messo a punto nel 1997.
La nuova classificazione ha introdotto notevoli cambiamenti, puntando ad evidenziare sopratutto le differenze etiologiche fra le diverse forme cliniche, riducendo le classi principali a quattro con l’eliminazione del diabete mellito da malnutrizione, non giustificato da sufficienti evidenze di correlazione diretta fra carenza proteica ed intolleranza glucidica. Nel contempo, preseguono studi e ricerche ed i notevoli sviluppi dell’ingegneria genetica e l’utilizzo di tecniche innovative aprono nuovi orizzonti nella prevenzione, diagnosi e cura di una malattia la cui storia e’ infinita o, almeno, ancora non finita.

Professor Alberto Fidanza
Professore di Fisiologia della Nutrizione Università La Sapienza di Roma, Presidente del Centro Internazionale di Vitaminologia, Presidente del Comitato Scientifico dell’A.I.D. (Associazione Italiana Diabetici), Accademico dell’Accademia di Storia dell’Arte Sanitaria di Roma

Dott. Luigi Crispino
Storico dell’alimentazione

Prof. Alberto Fidanza

Geniale scienziato, che per 70 anni ha svolto attività di ricerca scientifica quale cattedratico di Fisiologia Generale e Preside di Facoltà nell’Università “La Sapienza” di Roma dove è stata fondata la nuova scienza “La Vitaminologia” ed è stata effettuata l’importante scoperta scientifica dell’azione protettiva delle vitamine. Presidente del Centro Internazionale di Vitaminologia di Roma.

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