Curarsi a suon di musica

Più della metà degli italiani che, stando alle ricerche statistiche, è digiuna di strumenti musicali, rischia di perdere un’occasione d’oro: quella di far lievitare il numero delle proprie cellule celebrali.
Neurologi e psicoligi tedeschi e canadesi hanno infatti scoperto che il cervello dei musicisti si sviluppa di più di quello dei non musicisti.
Infatti, chi è abituato ad ascoltare musica di una certa complessità aumenta la capacità che il suo cervello ha di compiere, subito dopo l’ascolto, operazioni astratte, come ad esempio un calcolo matematico.
A questo fenomeno è stato dato nome di “effetto Mozart” poiché – per i relativi esperimenti – sono stati scelte proprio sonate per pianoforte del grande musicista di Salisburgo.
Se, dunque, l’intelligenza cresce a ritmo di musica, anche non pochi stati patologici si possono correggere, cioè curare, a ritmo di musica.
Naturalmente, anche in questo caso, la virtù sta nel mezzo: così, se il ritorno alla vita dopo un periodo di coma è oggi possibile più facilmente con adeguate stimolazioni sensoriali, fra cui quelle auditivo-musicali andrebbero privilegiate, vero anche è l’abuso di musica può nuocere: recenti studi hanno gettato in proposito un grido d’allarme in quanto si è potuto constatare che si sta diffondendo tra i giovani la cosiddetta sordità da walkman, dovuta cioè a un eccesso di musica in cuffia.

Ecco che, allora, anche la musicoterapia va adottata , ma con buon senso, e sotto la guida dell’esperto in questo campo.
La musica, conosciuta come mezzo curativo fino dai tempi più antichi, veniva raccomandata dai  medici dell’Estremo Oriente in seguito al morso di serpi velenose e nel 1304 fu prescritta alla contessa d’Artois, gravemente ammalata di depressione, dal famoso dottor  Roger: l’illustre paziente doveva ascoltare l’arpa per otto giorni consecutivi e lo stesso medico riuscì a calmare con lo stesso mezzo i dolori atroci del piede ulcerato del signor d’Autrival, tesoriere di Francia.
Né vanno dimenticate le celebri variazioni Goldberg  appositamente composte da Bach per “curare” l’insonnia di un nobiluomo suo contemporaneo.

Oggi i punti di vista sono assai mutati rispetto al passato e la musicoterapia può definirsi una disciplina che ha un suo spazio riservato ed in molti paesi europei, in Canada e negli Stati Uniti non esiste istituto di riabilitazione e di cura che non annoveri un musico terapeuta fra i propri operatori sanitari.

Ma, a questo punto, vien fatto spontaneo domandarsi: è l’ascoltare la musica che può giovare o il far musica?
Oppure giovano entrambe le cose, a seconda dei casi?
Diciamo innanzitutto che il rapporto uomo-suoni non è mai soltanto unilaterale ma va piuttosto considerato nella sua interezza, poiché vengono sollecitati due tipi di ascolto: quello cocleare e quello di un altro orecchio interno, distribuito lungo tutto il corpo.
In altre parole noi siamo ricettivi al suono non solo in virtù del nostro apparato uditivo, ma tutto il nostro corpo vibra e ascolta quando si presentano dei suoni esterni.
Le vibrazioni sonore, modifocano il corpo ed amplificano le basse frequenze ambientali, facendo da collegamento con il ritmo della musicalità del linguaggio.

In stato di auto distensione, sinergicamente vengono fatte asoltare musiche caratterizzate da motivi lenti, associabili agli aspetti contenitivi e ritmici.
Il paziente, sulla base di tale ascolto, reagisce spontaneamente riducendo l’ansia correlata al linguaggio e regolarizza le funzioni connesse.
Sono prescelte musiche che fanno parte del repertorio animistico,che, per le loro caratteristiche musicali costituiscono un valido appoggio di riferimento per la ricerca di un proprio ritmo interno ed esterno, lento e metabolizzabile, facilitando l’espressione emotiva e la comunicazione secondo diversi livelli.
Tutto ciò diventa uno schema subconscio al fine di parametrare automaticamente il pensiero estetico, scientifico e filosofico  del soggetto, spaziando dalle cosmogonie tradizionali alla cronobiologia, dal ruolo del suono come sincronizzatore sociale agli ordinamenti delle oscillazioni  meccaniche e elettromagnetiche, dalla dalla musicologia alla critica comparata di modelli culturali.

Dott.ssa Giusy Negro
Dottore in filosofia, docente di musica, musicoterapeuta e psicopedagogista clinica
negro.giusy@libero.it

 

Giusy Negro

Laureata in Filosofia, Diplomata in Pianoforte presso il Conservatorio di Lecce, Master in Operatore Psicopedagogico, Master in Musicoterapia, Master in "Comunicazione e relazione didattico educativa con l'adolescente", Master in "Innovazione Didattico Educativa dell'insegnamento disciplinare: Filosofia, Storia", Master in "Perito Psicopedagogico", Master in "Criminologia, Autrice di Pubblicazioni e libri, Docente specialista di lingua Inglese e di Educazione Musicale.

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