Colchicum Autumnale – parte 2

Fitoterapia tra scienza, storia e leggenda

5 La colchicina e i suoi derivati

ColchicinaLa colchicina ha una specifica azione analgesica sulla crisi gottosa, con un drammatico miglioramento dei sintomi entro 12-24 ore; non va considerata un analgesico, non allevia altre tipologie di dolore se non, talvolta, certe altre forme di artrite.

La sostanza è rapidamente assorbita per os e raggiunge il picco di assorbimento in circa 2 ore, per poi essere escreta nelle feci e con le urine.

Non viene modificata l’uricemia, l’uricosuria e non sembra mostrare azione analgesica significativa in altre condizioni infiammatorie.

L’azione antigottosa è talmente specifica da essere stata proposta anche come test diagnostico.

Tra gli altri effetti segnalati (Goodman & Gilman), probabilmente, almeno in parte, collegati all’azione sulla mitosi:

  • contrasto alla secrezione di insulina da parte del pancreas;
  • contrasto alla liberazione di istamina da parte dei mastociti;
  • contrasto alla traslocazione dei granuli di melanina all’interno dei melanofori
  • effetto ipotermizzante
  • depressione del centro della respirazione
  • stimolazione centrale vasomotoria (con vasocostrizione e conseguente ipertensione) e dell’attivita’ del tubo gastrointestinale (controbilanciata da una depressione per azione diretta)
  • potenziamento della sensibilità a certi farmaci (depressivi del SNC, simpaticomimetici)

Indicazioni generali

  1. prevenzione e trattamento degli attacchi di artrite gottosa
  2. prevenzione delle crisi di febbre mediterranea acuta
  3. coadiuvante nell’artrite sarcoidosica
  4. piu’ di recente trial clinici, metanalisi e revisioni ne suggeriscono possibili applicazioni anche nell’ambito della profilassi di accidenti cardio-cerebro-vascolari, pericarditi e in caso di sindromi autoimmuni acute.

Utile, sembra, nella prevenzione delle crisi di febbre mediterranea familiare, per contrastarne l’amiloidosi, nella cirrosi biliare primitiva ed in certe dermopatie (es. psoriasi e sindrome di Behcet).

In terapia gli sono talvolta preferiti altri farmaci (fans), come indometacina e fenilbutazone, a causa dei fastidiosi effetti collaterali che puo’ provocare (con diarrea); in generale puo’ dare

  • crampi addominali, nausea, vomito, diarrea
  • depressione midollare; ad una iniziale leucopenia subentra una leucocitosi (con incremento dei granulociti basofili); talvolta agranulocitosi e anemia aplastica
  • depressione ascendente del SNC (casi gravi)
  • miopatie, neuropatie e neuriti periferiche
  • azoospermia
  • alopecia.

I disturbi gastrointestinali sarebbero di origine sistemica in quanto si presentano anche per somministrazione parenterale della sostanza.

Le dosi vanno somministrate con molta cautela, a partire da 0,5-1 mg per volta, valutando l’evoluzione della malattia (analgesia, effetti collaterali) in quanto anche bassi livelli posologici (di circa 8 mg al di’) possono risultare fatali.

La colchicina e’ una sostanza indagata anche nella cura di certe forme oncologiche (soprattutto il suo derivato 3-desmetil-colchicina) ed e’ ampiamente utilizzata in laboratorio per ricerche sui cromosomi in virtu’ di effetti antimitotici (probabilmente collegati anche all’azione antigottosa); puo’ infatti bloccare la mitosi in colture cellulari in metafase in quanto inibisce la polimerizzazione della tubulina, favorendo la depolimerizzazione e la scomparsa dei microtuboli fibrillari: sarebbero inibiti metabolismo, fagocitosi e chemiotassi dei granulociti presso il focolaio infiammatorio, con calo nella sintesi di acido lattico, di altri enzimi e mediatori tipici della reazione infiammatoria, tra cui una specifica glicoproteina proinfiammatoria (Goodman & Gilman).

Sperimentalmente riduce la reazione infiammatoria ai microcristalli di urato ed altera alcuni processi metabolici granulocitici collegati alla fagocitosi.

E’ stato riportato per la colchicina un effetto antitiroideo non prevedibile e una certa azione ipocolesterolemizzante (Meyers, Jawets, Goldfien).

Fino al 90 % della colchicina e’ eliminata per via fecale, il resto con le urine.

La colchicina è un substrato del CYP3A4 e della PGP, per cui sono potenzialmente possibili molte interazioni con altri farmaci, anche di notevole gravita’.

L’azione tossica è particolarmente spiccata sull’epitelio gastrointestinale maggiormente soggetto a proliferazione: quello del digiuno.

Il trattamento della intossicazione (che manifesta i suoi effetti in modo ritardato tra le 7 e le 48 ore) impiega tannini (antidoto) e terapia sintomatica di supporto, mantenendo il paziente strettamente sotto osservazione.

5.1 Tiocolchicoside

Derivato semisintetico solforato del colchicoside (ricavato da Velluz e Muller dal colchicoside), e’ un agente decontratturante senza significativi effetti curarosimili, inizialmente commercializzato dalla Inverni e Della Beffa.

Sul testo citato di Benigni e coll. si fa una rassegna molto interessante degli effetti riscontrati per la sostanza negli animali di laboratorio, tra cui

  • la maggiore tossicita’ nel topo
  • la quasi assenza di azione antimitotica
  • un variabile effetto pressorio (dipendente dall’animale sottoposto a test)
  • sul sistema nervoso inizialmente un effetto depressivo, per poi passare, al crescere delle dosi, a un effetto eccitativo e convulsivante
  • una netta azione decontratturante, per contratture da diversa origine, che sembra giovare anche nelle emiplegie e paraplegie
  • l’intensa stimolazione della respirazione, specialmente in presenza di anestesia
  • stimolazione delle contrazioni uterine
  • taluni effetti positivi in ambito psichiatrico (delirio ipocondriaco, catatonia schizofrenica) tanto che alcuni studiosi ne avrebbero ipotizzato un impiego piu’ esteso in questo campo.

Possibile un effetto agonista GABA-ergico, a spiegazione dell’azione di miglioramento del tono muscolare su contratture di origine centrale o riflessa, reumatiche o traumatiche.

Sulle forme dolorose e reumatiche dell’apparato locomotore (es. torcicolli, lombosciatalgie, ecc.) la sostanza eserciterebbe un discreto effetto anche dopo somministrazione locale, tuttavia l’uso più frequente e’ quello parenterale ed orale.

L’assorbimento per os è elevato e rapido, con emivita breve (massimo 2 ore circa) ma con buona durata di azione (circa 24 ore dopo una dose di 4 mg), probabilmente a causa del riassorbimento da circolo entero-epatico; l’escrezione e’ prevalentemente fecale (oltre 4/5) e, per il resto, urinaria.

Non ci sarebbero effetti collaterali a livello cardiovascolare.

Sperimentalmente non ha mostrato, in un primo momento, effetti teratogeni o mutageni, tuttavia ulteriori evidenze suggeriscono una certa nocivita’ sulla sfera riproduttiva per cui non viene indicata in gravidanza ed allattamento (passa nel latte materno).

Evitare nell’ipotonia muscolare e nella paralisi flaccida muscolare, oltre che, naturalmente, nell’allergia specifica.

Puo’ dare talvolta diarrea e, occasionalmente, sonnolenza (pericolosa per la guida di veicoli).

Raramente si osservano reazioni immunologiche, disturbi del sistema nervoso e reazioni cutanee.

Per uso locale può dare sensibilizzazione.

6 Recenti sviluppi

Una consistente quantita’ di ricerche suggerisce che alla base delle piu’ gravi conseguenze dell’infezione da Covid-19 ci sia una sorte di “tempesta citochinica”, una abnorme condizione infiammatoria preceduta da una sindrome febbrile di 5-10 giorni.

Il piccolo trial clinico segnalato dal Clinical Immunology, al fine di ridurre la pressione sui centri di nterapia intensiva, ha trattato domiciliarmente 9 pazienti Covid-19 con un protocollo “off label” (cioe’ al di fuori dei limiti autorizzati) con

  1. colchicina 1 mg ogni 12 ore per os (il primo giorno, come dose di attacco)
  2. colchicina 1 mg al giorno (in dose di mantenimento) fino ad abbassamento della temperatura ascellare sotto i 37,5°C.

Il razionale di questo impiego può essere trovato nell’azione antiinfiammatoria ma anche in una interferenza sulla chemiotassi leucocitaria esercitata dalla colchicina.

I pazienti trattati mostravano, oltre a febbre alta persistente, anche elevati livelli ematici di citochine proinfiammatorie come IL-1 e IL-6.

Il trattamento e’ stato iniziato dopo una mediana di circa 8 giorni dall’esordio e dopo circa 3-4 giorni di ipertermia non rispondente ai trattamenti convenzionali (paracetamolo e antibiotici), producendo un abbassamento della temperatura entro le 72 ore, mentre soltanto un paziente e’ stato ricoverato in dispnea ma poi dimesso con ossigeno-terapia a basso flusso.

Gli studiosi concludono esprimendo l’opportunità che la terapia venga effettuata prima che il processo infiammatorio induca un danno d’organo significativo.

7 Conclusioni

La gotta e’ una complessa malattia cronica dismetabolica che colpisce, soprattutto, in eta’ matura soggetti prevalentemente di sesso maschile ed in sovrappeso, caratterizzata, in primo luogo, in modo asintomatico, da alterati livelli ematici di acido urico (derivanti dal catabolismo proteico), cui si accompagnano, spesso, alterazioni nei valori della trigliceridemia e della colesterolemia; gli alterati livelli di acidi urici, inoltre, sono stati indicati come un importante fattore di rischio cardiovascolare per cui viene suggerito un trattamento precoce, senza aspettare la deposizione di cristalli di urati a livello renale, articolare o sottocutaneo e la fase sintomatica.

L’attacco gottoso colpisce, con dolore intenso e pulsante, spesso l’articolazione basale dell’alluce del piede, anche se non sono risparmiate altre articolazioni.

I pazienti dismetabolici si sono mostrati particolarmente vulnerabili alle infezioni da coronavirus.

La colchicina, assieme ad altri antiinfiammatori (fans e cortisonici) rappresenta un antico presidio efficace nella gotta, ma utilizzabile solo da mani esperte, a conferma del fatto che la sua provenienza dal mondo vegetale non la preserva da rischi anche consistenti per la salute.

Oggi molte speranze vengono riposte in questa preziosa sostanza, proveniente dal colchicum autumnalis, dal misterioso potere antiinfiammatorio e, forse, insperato sostegno nei malati di Covid 19.

 

Dott. Claudio Biagi

Claudio Biagi

Laureato in Chimica e Tecnologia Farmaceutica, esperto di Nutriceutica (integrazione nutrizionale fitoterapica), Farmacista, Docente di Chimica, Consulente Scientifico, Accademico del Nobile Collegio Chimico farmaceutico, Docente di Fitoterapia presso SMB Italia. Autore di libri. Direttore Didattico di Campus Framens, Primaria Scuola di Naturopatia

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