Rhodiola rosea: le origini nella medicina tradizionale

Per molti secoli nel suo habitat naturale, nelle montagne siberiane, la Rhodiola rosea L. è stata chiamata “Zolotoy Ko-ren” ovvero “Radice d‟oro”.
La Rhodiola rosea L.  appartiene alla famiglia delle Crassulaceae (Engler 1964) ed è una pianta perenne che al taglio emana odore di rosa.
È una delle piante medicinali più resistenti che si conoscano, in grado di sopravvivere ai lunghi inverni siberiani e alle grandi altitudini.
La radice, raccolta da piante di almeno 4 anni, è sempre stata ritenuta nell’uso etnobotanico una specie di panacea tra le cui proprietà si menzionano:

  • aumento della resistenza fisica e del vigore sessuale;
  • maggiore resistenza alle condizioni climatiche estreme ed alle altitudini elevate;
  • aumento dell’immunità verso le infezioni;
  • capacità di contrastare i disturbi dell’umore e donare senso di calma.

La classificazione come pianta medicinal risale al 77 d.c. grazie al medico Greco Dioscoride.
Alla metà del 1700 Linneo le attribuì il nome scientifico attualmente in uso e ne descrive le capacità curative per la cefalea, per l’ernia e nell’isteria.
In Islanda, a partire dal 1830, è documentato l’uso della droga per “rinforzare i nervi deboli e la testa”.
Nei Paesi del Nord veniva utilizzata per numerosi scopi: guarire le ferite, per i dolori reumatici, per l’apparato respiratorio, per le calvizie, per le diarree, l’ittero e tutti gli stati di indebolimento organici.
Anche i manuali medici tedeschi hanno preso in considerazione le virtù mediche della Rhodiola rosea come anticefalgico, antiscorbuto e tonico generale.
La droga è inclusa anche nella Farmacopea Francese IX edizione ed in Inghilterra è venduta da decenni nelle farmacie.
Una ricerca scientifica rigorosa risale ai primi anni ’60, quando ricercatori sovietici iniziarono uno studio corposo sulla droga ed i suoi utilizzi in campo clinico, corredato da test sull’uomo.

Classificazione della specie
La collocazione tassonomica del genere Rhodiola è piuttosto confusa.
Al di là della Rhodiola rosea esistono molte altre specie di valore fitofarmaceutico (ed economico) molto inferiore, per esempio la Rhodiola paghyclados che è una pianta esclusivamente ornamentale. 
Altre specie con solo valore ornamentale sono la R. kirilowii e la R. linearfolia.
Nell’industria degli integratori le principali sofisticazioni della Rhodiola rosea sono la Rhodiola tibetana, la Rhodiola cinese, la Rhodiola himalayana, la crenulata, la sacra e la coccinea.
Le proprietà salutistiche di queste specie sono indagate, al più, sulle cavie da laboratorio; esse difettano di studi tossicologici e spesso sono commercializzate vantando effetti terapeutici dubbi e non supportati da studi clinici sull’uomo.
Per questo fitoterapico, come per tutti gli altri di provata efficacia, una corretta identificazione tassonomica è un punto di partenza per garantire la qualità del prodotto finale e, dunque, tutelare i consumatori.

Fitochimica
La Rhodiola rosea è caratterizzata dalla presenza dei seguenti gruppi di composti:
1) fenilpropanoidi: rosavina, rosina e rosarina (specifiche di questa specie);
2) feniletanoli: salidroside (rhodioloside) e tirosolo;
3) flavonoidi: rodiolina, rodionina, rodiosina, acetilrodalgina e trichina;
4) monoterpeni: rosiridolo e rosidirina.
La standardizzazione dell’estratto di Rhodiola rosea è oggetto di controversie scientifiche.
Negli anni ‘70 si pensava che il principio attivo responsabile dell’efficacia della droga fosse il salidroside.
Verso la fine degli anni ‘80 a causa dell’enorme domanda di prodotto si verificò un preoccupante decadimento della qualità degli estratti ricavati da altre specie di Rhodiola, sebbene il contenuto in salidroside fosse omogeneo.
L’analisi comparative portò a concludere che la Rhodiola rosea doveva contenere qualche altro principio attivo che ne giustificasse le proprietà salutistiche.
La risposta fu trovata nell’identificazione delle rosavine (rosavina, rosina e rosarina).
Ci vollero dieci anni di studi (Zapesochnaya et al. 1983, 1984, 1985; Kurkin et al. 1982, 1984, 1985, 1986) per ottenere evidenze convincenti che la composizione chimica della Rhodiola rosea era diversa da tutte le alter specie conosciute.
Furono Dubichev e collaboratori con metodica HPLC, a dimostare definitivamente che solo la radice di Rhodiola rosea contiene particolari dell’alcol cinnamilico detti rosavine.
La presenza di salidroside non è un’esclusiva delle Rhodiolae, viceversa sono proprio le rosavive i componenti peculiari della Rhodiola rosea.
Per sgombrare il campo da equivoci è bene chiarire che né le rosavine né il salidroside sono stati individuati come unici responsabili dell’azione farmacologica. Le rosavine sono però l’indicatore della corretta provenienza dell’estratto.
Ad oggi l’unica cosa certa che sappiamo e che solo questa è la droga che funziona.

Marzio Nocchi
Amministratore Functional Point Srl
marzionocchi@yahoo.it
www.functionalpoint.it

Marzio Nocchi

Amministratore della società Functional Point srl, specializzata in nutrigenomica e functional medicine.

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