Ricerche cliniche per una innovazione nella teoria biologica dei farmaci e nella posologia

Il prevalente orientamento farmacologico attuale è improntato ad un concetto  meccanicistico dell’azione fisico-chimica dello stimolo indotto dalla sostanza: con una dose di bassa intensità, oltre una certa soglia minima, si produrrà una reazione dell’intero organismo in misura più bassa di quella ottenuta da una dose più consistente; questa proporzionalità si mantene fino ad una dose massima oltre la quale il rischio per i danni indotti dagli effetti tossici collaterali è, in generale, ritenuto maggiore degli eventuali benefici.

La dose prescritta, studiata appositamente per ogni farmaco dalla posologia si attiene a questo principio, sostenuto da una lunga pratica clinica, oltre che a verifiche ed esperienze di laboratorio.

Allo stesso principio è riconducibile la pratica terapeutica di prescrivere, anche per lunghi periodi, lo stesso farmaco, anche se in dosi diverse, metodica che sottostà implicitamente al principio che la medicina agisce sempre nella stessa direzione sui valori dei parametri da controllare.

La recente ricerca medica ha però, attraverso ulteriori approfondimenti teorici, anch’essi sostenuti da numerose ed accurate esperienze cliniche, ristretto la validità dei suddetti principi al verificarsi di particolari condizioni perché la dose del farmaco sia efficace, sia riguardo alle quantità che al valore iniziale del parametro che presenta il soggetto al quale viene somministrata.

Ci riferiamo per quanto concerne le dosi di somministrazione alla cosiddetta Legge di Arndt-Schulz [in alcuni testi specialistici questa legge viene presentata come Regola di Hueppe N.d.A], di origine empirica, ma che ha trovato ampi riscontri nell’esperienza. Essa afferma che “Stimoli di debole intensità accelerano modestamente l’attività vitale, di media intensità la incrementano, di forte intensità la bloccano in parte, di elevatissima intensità la sopprimono completamente”.

In pratica questo comportamento dell’organismo, definito  come “ormesi”, mostra l’esistenza di una doppia relazione tra stimolo e risposta, ognuna delle quali ha segno opposto all’altra. In sintesi questa legge afferma che,se a basse dosi l’effetto biologico di una sostanza si traduce in un effetto stimolante , ad alte dosi si otterrà un effetto inibente. Al contrario, se a basse dosi si verifica un’inibizione della funzione interessata ad alte dosi si avrà un’amplificazione della stessa (fenomeno dell’ ”ormesi inversa”). Il fenomeno è del tutto naturale ed è infatti stato rilevato che molte sostanze biologiche, quali ad esempio le citochine ed alcuni ormoni mostrano evidenti fenomeni di ormesi [vedi bibliografia N.d.A.].

Sono state costruite diverse teorie per spiegare i meccanismi responsabile di questo effetto  definito come “paradossale “ ma nessuna è riuscita a far breccia nell’impianto paradigmatico delle farmacologia attuale.

La spiegazione di questa marginalizzazione va ricercata probabilmente nelle enormi conseguenze che verrebbero prodotte dalla sua accettazione sulla stessa prescrizione dei farmaci.

E’ evidente infatti che la teoria cardine della posologia attuale, che misura l’efficacia della dose del farmaco in base alla proporzionalità dei “recettori” cellulari occupati, andrebbe completamente modificata per spiegare esaustivamente il fenomeno dell’ormesi, mentre, d’altra parte,il  suo riconoscimento a pieno titolo fornirebbe un formidabile “assist” all’omeopatia, ancora oggi  fortemente osteggiata dai produttori e distributori dei farmaci. E’ facile osservare infatti la perfetta corrispondenza tra l’ormesi alle basse dosi di una sostanza potenzialmente nociva  in dose ponderale e  l’effetto terapeutico  della stessa alle bassissime dosi previste dall’omeopatia.

Per quanto concerne il valore del parametro al momento di somministrazione e dunque in relazione allo stato del paziente, un’altra linea di ricerca ,  non ancora adeguatamente sostenuta da una solida base teorica ma suffragata da una consistente serie di esperienze, mostra la variabilità, con effetti paradossi, dell’efficacia della dose di un farmaco in dipendenza della condizione iniziale del parametro bersaglio [questo effetto è noto come Regola di Wilder dal nome del medico e ricercatore che per primo lo ha studiato N.d.A.].

Va sottolineato che questa regola, come molte in medicina, non è da interpretare come perfettamente replicabile in modo assoluto ma è stata riscontrata con diverse tipologie di farmaci.

Ad esempio una dose di adrenalina farà aumentare la glicemia in un soggetto normale ma ove presa da un diabetico può diminuirla o non causare alcun effetto, mentre l’aspirina assunta da un soggetto in stato febbrile ne abbasserà la temperatura ma, ove assunta da un soggetto sano, può causare un aumento della stessa.

E’ fin troppo evidente come anche questa caratteristica delle sostanze attive biologicamente si iscrive perfettamente nel quadro dell’azione omeopatica che si basa proprio sull’effetto opposto che  queste producono sui soggetti sani e sui soggetti malati.

Alla luce di queste considerazioni appare fin troppo evidente la necessità di approfondire queste linee di ricerca seguendo il principio cardine dell’approccio scientifico che ci impone di superare teorie e metodiche ritenute fino al momento valide quando altre scoperte   permettono  la costruzione di  nuove ipotesi e nuove teorie ed esperienze che spieghino con maggiore accuratezza i fenomeni osservati.

Prof. Luciano D’Abramo


Bibliografia

Per ulteriori approfondimenti si veda, ad esempio, la pubblicazione di Calabrese E.J., Baldwin L.A., 2003, The hormetic dose-response model is more common than the threshold model in toxicology, Tox. Sci., 71, 246-250.

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Luciano D'Abramo

Laureato in Fisica con lode all’ Università “La Sapienza” di Roma nel 1974, ha svolto per molti anni la sua attività professionale nell’ambito della progettazione e realizzazione di grandi Sistemi Informativi, principalmente per Enti pubblici quali la Ragioneria Generale dello Stato ed il Ministero dei Beni Culturali. Particolarmente interessato, sin dall’età giovanile, alla ricerca di una possibile sintesi tra le varie discipline scientifiche, oggi ancora troppo frammentate, ha pubblicato nel 1998 il libro “Fisica e Psiche”, trovando possibili collegamenti ed analogie tra le relazioni interpersonali e le leggi della fisica. Dal 2002 svolge interamente la sua attività professionale alla progettazione ed alla erogazione di corsi presso scuole ed istituti superiori ed universitari su materie scientifiche. Fa parte, sin dalla sua costituzione del corpo docenti e del Comitato Scientifico della Scuola di Naturopatia Borri, per la quale svolge seminari e corsi di Biofisica, con particolare riferimento ad argomenti di ricerca di frontiera sulle leggi e le teorie della Fisica applicate ai sistemi viventi, riconducibili alle tecniche ed alle metodiche della medicina naturale.

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