L’insegnamento di Leonardo: la ricerca della sintesi – (Parte 2)

In Leonardo il percorso di elaborazione si arricchisce di una frammentarietà non sempre logica, anzi, più spesso intuitiva, che rappresenta la specificità del suo operare. «Il disegnare con la mente – scrive ancora Jaspers – corrisponde, infatti, in Leonardo, a quella concretezza dell’intuizione che lungi dall’essere estranea o incompatibile con la conoscenza scientifica, ne costituisce una condizione operativo-costruttivistica necessaria»[1]. Un intuito innato e amorevolmente coltivato, dettato da una mente aperta a continui rimandi, analogie, interdipendenze con «un senso profondo dell’interrelazione fra le cose»[2].

Da questo processo intuitivo, semplice come può essere semplice la genialità, si dipana la linea teorica e pratica del suo operare che gli permette di raccogliere e connettere fenomeni diversi imprescindibilmente legati, «integrando le sue scoperte in una visione unificata del mondo»[3] che scorge nell’esistenza tutta, nell’Universo intero al quale si affida e di cui è in grado di percepire – e apprezzare al tempo stesso – il meraviglioso equilibrio al quale egli stesso aspira e, a volte, raggiunge. Equilibrio armonioso e inconsueto di tutte le facoltà intellettuali e pratiche che coltiva in ogni aspetto del vivere quotidiano, avendo cura della propria anima e del proprio corpo. Amante della natura e degli animali segue una dieta vegetariana, si dedica all’equitazione, all’escursionismo, alla musica. Ma Leonardo è uomo tra gli uomini, non è perfetto, pur aspirando ad esserlo. Vive, forse più di altri, una profonda inquietudine investigativa scaturita da una profonda sensibilità e fonte a sua volta di una sensibilità comprensiva che lo esorta a quell’irrefrenabile e incessante ricerca della comunicazione con l’esistenza priva di orpelli e scevra da ogni rigida schematizzazione. Interessante come tale inquietudine sia ravvisabile in una locuzione apparentemente priva di senso, «datti pace», che Leonardo appunta nei manoscritti cartacei riguardanti gli studi di macchine idrauliche e di geometria, e che rivela un tratto emotivo indicativamente autobiografico[4]. La comprensione del mondo è in lui un discorso mentale ininterrotto. Sorgente creativa e spiccata sensibilità sono fulcro e al contempo frutto della sua espressione artistica, della capacità umana e intellettiva di percepire la varietà dell’esistenza, l’energia dell’Universo.

Il fondamento unitario esclude qualunque attitudine specialistica: «Sì come ogni regno in sé diviso è disfatto, così ogni ingegno diviso in diversi studi si confonde e indebolisce»[5]. Un approccio cognitivo che si discosta da quello dell’uomo moderno abituato entro una specializzazione «che sembra garantirgli una superiorità per il semplice fatto che vi si è rinchiuso»[6]. Il metodo meccanicistico della scienza moderna da lì a poco prenderà il sopravvento, ma Leonardo vede la natura dei fenomeni oltre la cortina di illusioni e schemi attraverso cui li vedono e interpretano letterati, medici e scienziati del tempo. Si tratta di una ‘visibilità’ accessibile soltanto a una mente disciplinata e purificata dalle contaminazioni che ha la forza, come ha rilevato Valery, di riconoscere entro la distesa del mondo un numero straordinario di cose distinte e di sistemarle in mille modi. Leonardo è «maestro dei volti, delle anatomie, delle macchine. […] Si astrae sino a contemplare questi fenomeni nel loro insieme meccanico, sino a sentirli nell’indipendenza apparente o nella vita dei loro frammenti, in una manciata di sabbia che si perde nel vento […]»[7].

E anche qualora questa conoscenza non giunga sempre alla completa stesura di un chiaro e lineare trattato di Anatomia – o di altro argomento –  è tuttavia diversa da una conoscenza meramente intellettuale e, per molti versi, anche da una conoscenza ordinaria.

Si è discusso e riflettuto a lungo, come abbiamo visto, nel corso dei secoli sull’incompiutezza dei lavori di Leonardo, quasi questa fosse una colpa. Non sempre si è in grado di comprendere una filosofia di vita legata a un pensiero libero che non sia dettato da logiche di potere culturale, economico, sociale e politico, da schemi mentali e cliché. Tra i tanti, c’è l’inveterata abitudine di considerare ‘realizzato’ un uomo in base ai traguardi sociali raggiunti (matrimonio, figli, lavoro etc.). Nel caso di Leonardo il non aver portato a compimento molti dei suoi progetti lo ha fatto ritenere un uomo che «morì, in sostanza, non realizzato»[8]. Ovviamente un simile giudizio non tiene conto del grado di realizzazione legato alla continua ‘estensione’ della mente e alla gioiosa passione che traspaiono dai progetti di Leonardo, indipendentemente dal loro compimento. Nell’ambito degli studi su Leonardo questi fattori offrono, a mio avviso, un criterio più affidabile rispetto a una mera misurazione esteriore delle opere da lui attuate. Essi, di fatto, denotano una visione geniale e una capacità di infondere significato nel lavoro – la creazione – senza circoscriverlo al suo risultato, un po’ come per l’arciere zen ogni movimento rappresenta la finalità del gesto, ben oltre l’importanza del bersaglio da colpire. È proprio questa capacità di infondere significato nel lavoro che considero necessaria nella pratica naturopatica: quell’incessante esercizio di contemplazione e di osservazione che si focalizza sull’individuo riscoprendone la sua infinita bellezza. La bellezza a volte si nasconde nei meandri della sofferenza, ma è lì, pronta a riemergere e brillare. Leonardo tenta di afferrarla in ogni momento, così come tenta di afferrare la complessità dell’Universo, proprio attraverso un continuo esercizio di contemplazione e di osservazione. Vedere con pazienza insaziabile, educarsi alla contemplazione della natura e dell’uomo è la sua più grande conquista. Questo è quel che ogni giorno porta a compimento, questo è ciò di cui gioisce. E sa che nonostante la mente non sia sempre in grado di abbracciare tutto il pensabile, esiste però un universo esplorabile tanto più avvicinabile quanto più – liberi da preconcetti – accettiamo l’esistenza di un’intercapedine in cui conscio e inconscio, spazio e tempo, interno ed esterno, non si manifestano come categorie dicotomiche chiuse ma come universi interconnessi. Per questo, egli depone – per così dire –, e salva ciò che vede, all’interno della sua sfera intima.

Lo sguardo come «finestra dell’anima» riveste in quest’ottica una funzione primaria per Leonardo, in quanto strumento di connessione tra esterno e interno in una concezione che sembrerebbe quasi essere mutuata dalla tradizione orientale, fondata sul principio di luce esterna e luce interna alla base dell’esperienza meditativa (del resto Leonardo sembra pervaso da una sorta di fascinazione mistica). «Chiudi il tuo occhio fisico – scrive il Friedrich in un suo aforisma –  «in modo da vedere prima l’immagine con l’occhio spirituale. Quindi porta nell’oscurità la luce diurna che hai visto, così che ci sia una reazione dall’esterno all’interno». Questo atteggiamento, nota la Volpi riferendosi al Friedrich, si ascrive a una capacità di spogliare l’immagine da artifici per giungere, attraverso una «distillazione assoluta» a «un’alta quota di concentrazione filosofica»[9]. Riflessione che sembra appropriata per Leonardo, che si consegna al mondo lasciando cadere le barriere tra il mondo esterno e un mondo interno.

Leonardo filosofo e scienziato sembra introdurci a una nuova concezione della visione – al come vedere –, per poter scrutare come fa lui, «nelle ombre di una natura insondabile, nella germinazione delle sue sotterranee potenze»[10] e coglierne le sottili armonie. Forse non sempre è possibile conoscere la realtà, ma guardarla, questo sì. Lo sguardo richiede rapidità e candore, la conoscenza ha bisogno di una lunga familiarità e abitudine. Leonardo coltiva entrambe, educa giorno per giorno il suo occhio e, soprattutto, la sua anima, custode non sempre silenziosa delle bellezze universali e alla quale dedica studi e ricerche nel tentativo di trovarne la collocazione fisica (la famosa «sede dell’anima»). Egli cerca la propria ragion d’essere nel compito distintivo che gli è stato assegnato sin dal principio: osservare e raffigurare le cose per congiungersi con l’“aperto”. Le cose non sempre si offrono in sé ma attraverso gli effetti che ne ricava il nostro occhio, la nostra anima, i nostri sensi. Si è scritto che Leonardo è un filosofo vero «per la sua costante aspirazione a definire punti di riferimento unificatori dell’esperienza»[11]. Esperienza tattile, fattiva, sensoriale.

Solo l’esperienza può preservare da ogni errore, essa ci dà la certezza:

Ma a me pare che quelle scienzie sieno vane e piene di errori, le quali non sono nate dall’esperienzia, madre di ogni certezza, o che non terminano in nota esperienzia, cioè che la loro origine, o mezzo, o fine non passa per nessuno dei cinque sensi[12].

Il nostro conoscere, dunque, come suggerisce Leonardo, dovrebbe essere  contemplativamente attivo, in cui l’atto del vedere e del fare si susseguono l’uno all’altro fino a fondersi. È un ciclo vitale, di cui la sete di conoscenza nei confronti dell’uomo, della realtà e dell’Universo intero, è il motore. Una conoscenza colta con lo sguardo e vissuta nel suo moto ininterrotto e che dà vita a una creatività che coinvolge e rimette continuamente in discussione la sfera esistenziale (del Naturopata e del cliente), popolandola di interminabili creazioni.

Maria Laura Gargiulo


[1] K. Jaspers, Leonardo filosofo, a cura di Ferruccio Masini, Tullio Pironti Editore, Napoli, 1983, p. 17.

[2] Martin Kemp, Leonardo Then and Now, in Martin Kemp, Roberts Jane (a cura di), Leonardo da Vinci: Artist, Scientist, Inventor, catalogo per la mostra presso la Hayward Gallery, Yale University Press, New Haven 1989, citato da Capra, pp. 18-19.

[3] Fritjof Capra, La scienza universale. Arte e natura nel genio di Leonardo, Milano, Rizzoli, 2007.

[4] In I manoscritti di Leonardo, vol. I: Il codice Forster nel Victoria and Albert Museum, riproduzione fototipica con trascrizione critica, Roma 1930.

[5] Codice Arundel, 180 v., del Brtisch Museum di Londra – Commissione Vinciana, Roma, Danesi, 1923-19309. Cfr ora in C. Pedretti, C. Vecce, Il Codice Arundel, Firenze, 1998, pp. 425-426.

[6] Paul Valéry, Introduzione al metodo di Leonardo, a cura di Stefano Agosti, Milano, SE, 1996, p. 41.

[7] Paul Valéry, Introduzione al metodo di Leonardo, a cura di Stefano Agosti, Milano, SE, 1996, pp. 36-37 .

[8] J. Hart, citata in Leonid M. Batkin, Leonardo da Vinci, Roma-Bari, Editori Laterza, 1988, p. 23. [edizione originale, Leonardo da Vinc̆i, Moskva 1988].

[9] VOLPI, M. (2008) L’occhio senza tempo. Saggi di critica e storia dell’arte contemporanea, Roma: Lithos, p. 701.

[10] F. Masini, Un itinerario nel visibile, in K. Jaspers, Leonardo filosofo, a cura di Ferruccio Masini, Tullio Pironti Editore, Napoli, 1983. Questa concezione del vedere spinge Leonardo a studi non limitati alla pittura ma anche alla fisica, all’ottica e alla geometria.

[11] Daniela Pellegrini Galastri, Un progetto di ricerca pedagogica, in I segreti del corpo, Garbanate Milanese, Anthelio, 2008, p. VII.

[12] Leonardo da Vinci, Codice Urbinate 1270 della Vaticana, raccogliente di mano d’un discepolo di Leonardo da Vinci appunti sul trattato della Pittura, a cura di H. Ludwig, Wien 1882, 1 a (citato in K. Jaspers, Leonardo filosofo,  a cura di Ferruccio Masini, Tullio Pironti Editore, Napoli, 1983, p. 46).

Maria Laura Gargiulo

Maria Laura Gargiulo è nata a Roma, laureata in Lettere presso l’Università La Sapienza di Roma. Dopo la Laurea ha seguito seminari e corsi di perfezionamento in editoria, comunicazione e competenze letterarie e linguistiche presso l’Università Roma Tre e con Vincenzo Cerami presso l’Università Gregoriana di Roma. Scrittrice, editor, ghostwriter. Autrice con Ascanio Celestini del libro intervista Un anarchico in corsia d'emergenza (Laterza 2015). Ha scritto saggi per riviste letterarie (Avanguardia, Palazzo Sanvitale, Nuovi Argomenti, Sincronie) occupandosi di poeti e narratori del Novecento. Tra i suoi saggi ricordiamo Moravia: il testimone e l’agente, la catarsi della narrazione (Nuovi Argomenti, 2007), La ferita aperta delle foibe: il balsamo della memoria storica per un recupero della coscienza critica (Studi e documenti degli Annali della Pubblica Istruzione, 2012) e le due monografie: Pier Paolo Pasolini L’Antiburattinaio. Pasolini e le ragioni del dissenso (EdiLet, 2008) e Cesare Zavattini e il cinema. Antologia di ritratti e conversazioni (Edilazio, 2010). Autrice di poesie pubblicate in raccolte, e racconti tra i quali Azra, inserito nell’antologica Sorridimi ancora. Dodici storie di femminilità violate con prefazione di Lidia Ravera (Giulio Perrone, 2007). Nella primavera 2012 ha ideato curato e condotto per Radio Popolare Roma la trasmissione radiofonica Rumori. Oltre il silenzio delle pagine. Ha curato la regia e la direzione artistica di rappresentazioni teatrali e tenuto corsi di scrittura creativa. Dal 2011 le sue competenze editoriali, letterarie e linguistiche si sono unite alla passione per la Naturopatia e un po' per piacere e un po' per la necessità di comprendere le dinamiche che si nascondono dietro ai disagi e alla malattia, nel 2018 ha deciso di intraprendere gli studi in Scienze Naturopatiche ai quali ha unito percorsi di approfondimento con corsi in Comunicazione, relazioni interpersonali e intelligenza emotiva. Nel corso di questi anni ha incontrato persone meravigliose che l'hanno accompagnata nel suo percorso di ricerca, di crescita, e di vita. Attualmente sta collaborando alla stesura del libro del dott. Mario Santoro, odontoiatra e specialista in posturologia e kinesiologia, unendo così l'amore per la scrittura all'interesse per le scienze olistiche, filosofiche, naturopatiche e mediche.

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