La saggezza

Il più grande, il più completo e il più duraturo benessere dell’uomo su tutti i piani, fisico, spirituale, mentale e sentimentale, è conseguibile con la saggezza, che, una volta raggiunta, non si perde più, perché questa è la meta finale di tutta l’umanità. Anche l’estasi mistica può produrre un effetto simile, ma non dura che un attimo ed è un fatto raro, non si può essere mistici a tempo pieno, dalla mattina alla sera, e ciò vale anche per la meditazione yoga trascendentale, mentre la saggezza, quella vera (perché ce ne sono diversi tipi), una volta raggiunta, te la porti dentro istante per istante, perché trasforma completamente, in meglio e al massimo grado, la personalità e la visione del mondo, dei fatti e di tutto ciò che ci circonda.

Che cos’è, dunque, la saggezza? In che cosa consiste e come si raggiunge? E’ sempre uguale nel tempo? La saggezza di oggi è la stessa di ieri, degli antichi? No, perché l’uomo si evolve, e con lui muta anche la visione delle cose, in ogni campo. La Politica e la Religione dei pagani (che come aggettivo significa “abitanti del villaggio”, che era appunto il pagus e dunque un territorio ristretto, un’entità sociale ma anche religiosa) erano diverse da quello che sono poi diventate nel corso dei secoli, e oggi, lungi dall’essere progredite e migliorate, sono peggiorate perché l’umanità è cresciuta a dismisura. Ma noi qui ci riferiamo all’uomo singolo, nel quale spesso vivono tuttora personaggi come Seneca, Plutarco, Marco Aurelio e tanti altri, che già al loro tempo avevano una visione delle cose, del mondo e di Dio, e una lungimiranza che oggi non solo un politico, ma anche un filosofo difficilmente possiede.

Seneca
Seneca

A questo proposito, prima di addentrarci nella storia e nella descrizione della saggezza, rilevandone il benessere a cui ho accennato all’inizio, è utile conoscere il pensiero di Seneca e di Marco Aurelio, che qui cercherò di sintetizzare.

Tutti i fatti e tutti gli uomini, come gl’ingranaggi di un meccanismo, sono interconnessi o collegati fra loro, dal più piccolo al più grande, dal più nobile al più spregevole, dal più povero al più ricco, in una serie innumerevole di rapporti e di interdipendenze delle più diverse nature, e quali lavorano a denti stretti o addirittura in folle, quali invece sono sempre in presa o coi denti avvitati senza fine, ma bene o male, zelanti o non zelanti, volenti o non volenti, coscienti o non coscienti, sono tutti vicendevolmente e inesorabilmente incastrati l’uno nell’altro. Di conseguenza quello che fa uno è come se lo facessero tutti simultaneamente, in una susseguente molteplicità e diversità di tempi e di luoghi. E poiché ciascuno partecipa della vita di tutti, tutti sono artefici e responsabili delle azioni di ogni singolo, come ogni singolo è artefice e responsabile delle azioni di tutti.

E’ da questa visione che nasce il sentimento di comunanza e di fratellanza universale, e da quello derivano, conseguentemente, la legge morale e religiosa, e quindi la saggezza, il cui concetto si può esprimere con una definizione che valga per tutti i tipi e per tutte le epoche, ma il suo contenuto varia in rapporto alla concezione filosofica o alla visione della vita e del mondo che sono proprie di questo o di quel tempo particolare. In definitiva è bene che vi siano diverse saggezze e qualcuno sostiene che “non è male alternarle” (Margherite Yourcenar, Le memorie di Adriano). Tutto ciò vale anche per la cultura, il cui concetto è andato assumendo via via caratteristiche diverse, pur restando immutati, come per la saggezza, i princìpi fondamentali.

In generale possiamo dire che la saggezza è la capacità di valutare e di affrontare con prudenza ed equilibrio gli eventi e le situazioni, dando loro la giusta importanza alla luce delle esperienze passate, personali o vissute da altri, quali ci sono riportate dai libri ma anche dalla realtà presente. Nella lingua greca la parola ha due termini diversi, a seconda che la si intenda in senso intellettuale (sophìa) o morale (phrónesis o sophrosyne). Sino a Socrate, però, il termine sophìa indicò sia la conoscenza dell’ordine dell’universo sia il carico morale di cui l’uomo, che possiede tale conoscenza, si sente investito. Per Eraclito “la saggezza consiste nel dire la verità e nell’agire secondo natura, ed essere saggi è la più grande virtù”.

La parola “saggio” deriva dal latino classico sàpere, nel senso di “aver senno”, “ragionare”, “capire”, da cui il latino volgare sapius e poi il provenzale savi, sabi e sage, e indica colui che, sulla base di un’approfondita esperienza della vita, ha conseguito uno stabile equilibrio intellettuale e morale che lo induce a comportarsi in modo prudente, con ponderatezza e assennatezza, agendo a ragion veduta, evitando azioni inconsulte o rischi inutili e non commettendo imprudenze.

Il saggio per un verso si contrappone allo stolto e per un altro al sapiente. Il sapiente, infatti, nel nostro significato di “colui che sa”, non è necessariamente saggio, come il saggio, d’altronde, non è necessariamente sapiente. Tradurre perciò il sapiens latino, quando significa “saggio”, con “sapiente”, come alcuni fanno, non è esatto. Sapienza e saggezza furono considerate sostanzialmente la stessa cosa, nel senso di condotta razionale della vita umana, sino ad Aristotele, ma con lui cominciarono ad essere due concetti distinti: col termine sophìa si designò la sapienza teoretica, propria di chi conosce i princìpi supremi della realtà, mentre la saggezza pratica, circoscritta alla morale, fu indicata dal termine phrónesis. Aristotele conferiva alla sapienza il primato sulla saggezza poiché il contenuto della sapienza è immutabile, mentre quello della saggezza è mutevole come l’uomo che la applica, e perciò il grande filosofo la definisce “l’abito pratico che concerne ciò che è bene o male per l’uomo”. Il saggio sta al sapiente come il colto all’erudito: erudito è chi possiede numerose cognizioni, colto è colui che attraverso un’autonoma e organica rielaborazione delle conoscenze acquisite perviene ad un affinamento intellettuale, ad una elevatezza e profondità di pensieri e di sentimenti, ad una serenità e obiettività di giudizio, ad una visione globale ed equilibrata della vita e della Storia.

Per Calvino “la vera saggezza consiste quasi interamente in due cose: conoscenza di Dio e conoscenza di noi stessi”, per Tolstoj “la suprema saggezza ha solo una scienza: la scienza del tutto, la scienza che spiega l’intera creazione e il posto dell’uomo in essa”, per Lao Tzu “saggezza è conoscere gli altri; conoscere se stessi è saggezza superiore”, per Proust “la saggezza è un punto di vista sulle cose”, per Williams James è “l’arte di capire a che cosa si può passar sopra”, per d’Annunzio “la saggezza non val legno ficulno né zàccaro caprino”.

In realtà la saggezza è qualcosa di molto più profondo e più alto che non l’assennatezza, l’equilibrio interiore, la prudenza, la ponderatezza nell’agire e nel giudicare, qualità che si possono riscontrare in una persona di buon senso e che sono tipiche della vecchiaia. Il saggio accanto alle qualità sopra elencate ne possiede altre che solo raramente si possono acquisire, se, come afferma Seneca, di tali saggi ne nasce uno magnis aetatum intervallis, a grandi intervalli di secoli (De constantia sapientis).

Nell’antica Grecia per saggezza s’intese la virtù suprema dell’uomo, e saggio (sophós) fu ritenuto colui che realizza alla perfezione l’arte del vivere. Per gli Stoici e per gli Epicurei la saggezza è, rispettivamente, apatia e atarassia, cioè mancanza di passioni, assenza di volontà, imperturbabilità: saggio è colui che ha raggiunto la consapevolezza di un ordine fatale e immutabile delle cose e perciò accetta tutto ciò che accade con convinzione e partecipazione. La saggezza passò così ad abbracciare insieme la conoscenza teorica dell’ordine necessario del mondo e l’accettazione del proprio destino.

Per gli scettici la saggezza consiste nella epochè, ovverosia nella sospensione di giudizio, per i neoplatonici è la capacità di contemplare e vivere la dimensione dell’assoluto, per Sant’Agostino, e per i cristiani in generale, è l’amore di Dio, per San Tommaso è “consigliera intorno alle cose che concernono l’intera vita dell’uomo e anche l’ultimo fine della vita umana”, cioè la visione beatifica di Dio. Tale è il concetto degli Ebrei, per i quali saggio è colui che, conoscendo la legge di Dio, sa perfettamente come comportarsi nelle più diverse situazioni, e non si limita a praticare la saggezza ma l’insegna agli altri: “Come un canale derivato da un fiume, irrigherò il mio orto, verserò il mio insegnamento come una profezia e lo tramanderò alle genti future” (Ecclesiastico).

Nell’età moderna l’emancipazione dell’uomo da Dio riportò in voga la visione ellenistica della saggezza, con una raccolta di massime e riflessioni riguardanti la condotta dell’uomo nel mondo. Nel Cinquecento Guicciardini traccia una figura di quello che a suo vedere dovrebbe essere l’uomo “savio”, il quale, dice, può esistere solo in una civiltà molto progredita, dopo che, insieme alle passioni, siano state spazzate via anche la fede e l’immaginazione. La sola prudenza naturale non basta se non è accompagnata da quella accidentale dell’esperienza, cioè dalla “osservazione delle cose”, e soprattutto dalla “discrezione”, cioè la capacità di discernere, e non in generale ma caso per caso, perché “ogni minima varietà nel caso può essere causa di grandissima variazione nello effetto”. Per il grande storico il vero saggio, in mezzo a tanta varietà di circostanze, di opinioni e di passioni, non si sorprende di nulla, di nessuna cosa si sgomenta e si turba, perché egli “considera ogni cosa etiam minima, di tutto sa trovare il bandolo, e nei più diversi casi della vita prevede e provvede, dai più alti negozi dello Stato alle più umili faccende della famiglia. Il suo sguardo, nei casi più improvvisi freddo e tranquillo, è quello di un Iddio, alto e sereno sulle tempeste, ma di un Iddio leggermente ironico, inclinato a pigliarsi spasso degli uomini e a voltarli a modo suo”.

Nel Seicento per il filosofo francese Charron la saggezza trova le proprie basi nelle leggi della natura e in una ragione universale, preesiste alla religione e quindi non ha alcun legame con lei. Questa visione fu molto osteggiata dalla Chiesa e in particolare dai gesuiti, che accusarono Charron di eresia e sollecitarono l’intervento delle autorità ecclesiastiche. Per Montaigne la condizione umana ideale è l’accettazione serena della vita e della morte, di se stessi e degli altri con tutti i difetti e con tutti gli errori che sono propri della natura umana. Per Cartesio il grado supremo della saggezza è la morale più alta e più perfetta, il cui presupposto è la conoscenza completa di tutte le scienze; per Leibniz è “la perfetta conoscenza dei princìpi di tutte le scienze e dell’arte di applicarli”, per Kant “la vera saggezza sta nell’accordo della volontà di un essere col suo scopo finale”, mentre “l’abilità nella scelta dei mezzi che guidano al nostro più grande interesse è soltanto prudenza”; per Hegel la saggezza ha un carattere mondano; per Schopenhauer è “l’arte di trascorrere la vita nel modo più piacevole e felice possibile”; per Kierkegaard la vera saggezza si consegue nella presenza di Dio, a cui si arriva attraverso l’angoscia.

Si può diventare saggi in due modi, o attraverso il distacco dal mondo, conducendo una vita contemplativa, in uno stato di beatitudine e di imperturbabilità, o, al contrario, approfondendo il contatto col mondo in una vita attiva volta al bene comune, nello spirito di una fratellanza universale estesa ai nostri nemici. Così la pensa Seneca, il quale afferma che la vita umana ha due facce, una rivolta all’azione e una alla contemplazione. Si può dunque raggiungere l’illuminazione attraverso due vie differenti. Per l’individuo contemplativo c’è la via della conoscenza, per quello attivo la via dell’azione disinteressata. Non si può raggiungere la libertà dall’attività astenendosi dall’azione, nessuno può diventare perfetto smettendo semplicemente di agire. In realtà nessuno può mai desistere dalla attività, nemmeno per un momento. L’uomo veramente ammirevole è colui che controlla i sensi col potere della volontà. Tutte le sue azioni sono disinteressate. Agire, dunque, ma con autocontrollo.

La saggezza, di solito, è conseguibile in età avanzata, ma Seneca sostiene che “ci si può dedicare interamente alla contemplazione fin da fanciulli, e anche dopo essersi concretamente impegnati nella sfera sociale e quando ormai la vita volge al suo tramonto, passando ad altri il testimone, cioè la cura delle cose pratiche”. E cita l’esempio delle Vestali, che “si dividono i compiti secondo l’età, per cui prima imparano a compiere i sacri riti e poi, finito il tirocinio, si dedicano all’insegnamento” (De otio).

Per Seneca la vera saggezza, come la vera felicità, la vera virtù, il sommo bene, insomma, nascono non dal distacco o dalla negazione delle cose sensibili, ma dalla convinzione che tutto è espressione di Dio, comprese le ricchezze: il punto sta nel modo di vedere e di sentire le cose, abbracciandole e componendole nella divina armonia, superando il presente, superando le barriere del tempo e dello spazio. Ecco cosa dice nel De providentia:

“Il mio volere è il volere di Dio, con cui concordo pienamente e di cui quindi non sono schiavo, perché so che tutto si svolge secondo una legge ben precisa e progettata per l’eternità. È il destino che ci guida e tutta la nostra vita è stata già stabilita, sin dal momento della nascita, tutte le cause, tutte le situazioni, umane e non umane, sono interdipendenti, concatenate, l’una legata all’altra, in una lunga serie che determina i fatti, sia pubblici che privati. Bisogna dunque accettare tutto con coraggio, giacché, contrariamente a quel che noi crediamo, le cose non capitano a caso ma vengono tutte da una causa. Fin dal tempo dei tempi è stabilito di che uno goda o pianga e benché le vite dei singoli individui siano all’apparenza così diverse fra loro la conclusione, nell’insieme, è una sola: tutto è mortale, noi come le cose che ci sono date. Perché dunque indignarsi? Perché lamentarsi? Siamo nati alla morte: la natura disponga dunque a suo piacimento di queste vite materiali che appartengono a lei, ma ciò ch’è nostro – l’anima, voglio dire – non morirà, ed è questa convinzione che deve renderci forti e sereni di fronte a tutto. L’uomo saggio si affida al destino: è un grande conforto, e anche un risarcimento, sentirsi trascinati con l’intero universo, suoi compartecipi in tutto. Consoliamoci, pensando come a quella legge di necessità, quale che essa sia, che ha stabilito per noi questa vita e questa morte, sia soggetto Dio stesso: un corso irrevocabile trascina con sé, parimenti, le cose umane e le cose divine. Dio, padre e reggitore di tutto il creato e di tutti i destini, non può non seguire le leggi ch’egli stesso ha fissato: una volta che le ha ordinate deve rispettarle sino alla fine.”

Jiddu Krishnamurti
Jiddu Krishnamurti

Krishnamurti, un grande saggio indiano del nostro tempo, consiglia di liberarsi da ogni condizionamento, di far piazza pulita di tutto, di partire da zero, perché solo così si può raggiungere una saggezza autenti­ca e una più sicura verità. Egli invita i suoi discepoli a non seguire alcun insegnamento e a non prestare fede nemmeno a quello che dice lui. Ecco cosa scrive in Di fronte alla vita:

“In questo mondo in cui vanno ingigantendo crisi e problemi occorre urgentemente una moralità, una condotta, di marca completamente diversa, un modo di agire che scaturisca dalla compren­sione di tutto intero il processo della vita umana. Si tratta di una rivoluzione di natura totalmente diversa che deve avverarsi perché si possa venir fuori dalla serie ininterrotta di ansie, di conflitti, di frustrazioni nei cui lacci siamo prigionieri. È una rivoluzione che deve avvenire in tutto quanto lo spirito umano, non soltanto nel pensiero, il quale è un derivato, non la sorgente, e dunque occorre che abbia luogo una trasformazione della sorgente stessa, non basta il modificarsi del suo derivato. Quel che importa è comprendere la parte nascosta, e non soltanto educare la parte superficiale della mente ad acquistare cognizioni, per necessarie che possano essere. La com­prensione della parte nascosta libera la mente dal conflitto interiore, e soltanto allora si ha intelligenza. Soltanto quando la mente comprende sia la parte superficiale che la parte nascosta di se stessa può andare oltre i propri limiti e scoprire quello stato di beatitudine che non appartiene al tempo”.

Prof. Mario Scaffidi Abbate

Mario Scaffidi Abbate

Mario Scaffidi Abbate è nato a Brescia il 18 gennaio 1926. Ordinario di Letteratura Italiana, Giornalista e Scrittore, Direttore rivista “Cultura”, Esperto di Filosofia e Tecniche Yoga, Traduttore di testi greci e latini, già Membro del Comitato Ministeriale per la salvaguardia della Lingua Italiana, Accademico Tiberino.

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