La gemmoterapia: miti e leggende – parte prima

La Gemmoterapia (Meristemoterapia)
Addentrarsi nel campo della gemmo terapia, significa percorrere un sentiero complesso e nello stesso tempo affascinante.
La gemmoterapia o, per meglio definirla, la meristemotearpia nasce, come la fitoterapia, dalla osservazione acuta e attenta dell’uomo sin dagli inizi della sua presenza sulla terra, anche se prende poi una strada  diversa.
Il meristema è un tessuto vegetale giovane che cresce per divisione e può occupare posizioni diverse nel contesto del corpo vegetale.
La gemmo terapia, pertanto, utilizza a scopo terapeutico, tessuti embrionali aventi ancora capacità riproduttive potenziali.
La fitoterapia classica, invece, utilizza parti di piante costituite da tessuti adulti o definitivi costituititi da cellule che hanno perso la capacità di moltiplicarsi.
Al fine di meglio interpretare la filosofia e la profondità strutturale del metodo, credo sia affascinante ed estremamente interessante dare uno sguardo al passato storico – mitologico.

Storia e mitologia delle piante
Comprendere il significato di una pianta significa capire e penetrare i misteri della vita.
L’albero è l’espressione vivente della materia fattasi vita, l’estroflessione della terra verso il cielo, il trait-d’union tra la terra, massimo yin, e il cielo, massimo yang.
L’albero è la più grande forma di vita terrena, l’espressione della saggezza della materia e della realizzazione dell’Uno con il Molteplice.
Non esiste storia della creazione in cui l’Albero della vita non spieghi i suoi rami; il biblico Albero del Paradiso Terrestre con i frutti dell’immortalità, o l’Albero delle Esperidi della mitologia Greca o il Frassino Yggdrasil dell’Edda.
Nell’età primitiva del mondo l’albero della vita cresce in quella terra dove l’uomo credeva di essere originato o dove pensava di tornare dopo morto.
Secondo l’antica tradizione iranica, il monte degli dei, l’Hara Burzati, sorge in mezzo al mare Worukasham e porta in cima l’Albero Gokurnam coi fiori d’oro, detto anche l’Albero di tutti i semi o lo splendente Homa.
Tra le sue radici sta la sorgente Ardwissura da cui derivano tutti i fiori del mondo.
Una leggenda indiana narra che nel mezzo del mondo è posto l’albero Udetaba, l’Albero del sole, che spunta dalla terra all’aurora, e misura che il sole sale nel cielo, cresce in altezza  e va a toccare il sole stesso colla sua cima a mezzogiorno; in seguito esso decresce  e al tramonto si ritira nella terra. 
La mitologia germanica ci parla del frassino Yggdrasil che stende i suoi rami sul mondo intero e con una radice arriva  a Niflheim, il regno della morte, con un’altra a Jotunheim, la terra dei giganti e colla terza a Midgrad, dove abitano i figli degli uomini.
Un intero giardino zoologico è posto attorno all’albero del mondo.
Alle sue radici mangia il serpente Nidhoog e nella sua chioma abita l’aquila Hraswelg, sempre in lotta tra di loro: Ratatosk, lo scoiattolo, si arrampica su e giù per il fusto portando come un maligno consigliere, parole nemiche ai due combattenti.
Anche i giardini delle Esperidi, in cui cresce l’Albero della vita coi pomi dell’immortalità raccolti dal mitico Ercole, stanno ad una estremità del mondo, al di là della terra degli Sciti, presso gli Iperborei, sull’Oceano, dove il Titano Atlante sostiene la volta del cielo sulla nuca, e secondo una antichissima tradizione, anche alla radice di tale albero sta un serpente.
Negli americani del sud, nei Negri dell’Australia, nei Melanesi, negli indigeni dell’Africa meridionale abbastanza frequentemente si riteneva che alcune famiglie fossero derivate da piante, e infine non c’era fenomeno naturale da cui, secondo queste credenze, non sia derivato un uomo.
Se una tribù australiana credeva di essere derivata da una Robinia, un’altra chiamava il Caprifoglio padre o fratello, e il mito di Pandalo, il civilizzatore dell’Australia, narrava che egli fabbricò i primi uomini dalla corteccia degli alberi.
Quat, il dio degli isolani di Banks, formò la prima donna intrecciando dei sottili rami, e nelle isole di Tonga si dice che Huanaki e Fao abbiano nuotato una volta da Tonga a Niue e, pestando coi piedi sul terreno, ne abbiano fatto uscire le piante, di cui una poi fu trasformata nella prima coppia umana.
Nel popolo di Juris una tribù poteva credere d’esser derivata dal cacao, l’altra dalla palma.
Gli antichi Chiapas si ritenevano derivati dal gigantesco albero delle loro foreste, la Rizofora Caseosa (Bombax pentandrum) , il popolo dei Caraibi da una palma, gli Zapotechi da un cipresso e i Camanti da un cactus.
Il capostipite della dinastia principesca di Lolodar, così dicono i Malesi, uscì da un tronco d’albero che, condotto dagli spiriti sul mare, era approdato sulle loro coste.
Presso gli abitanti dell’Altai, nell’Asia centrale, la leggenda narra che Dio, dopo aver creato il primo uomo, Erlik, ancora prima del cielo e della terra, avendo dovuto maledirlo, si diede una seconda volta alla sua creazione; egli fece crescere un albero con nove rami e da ognuno di questi derivò il capostipite d’uno dei nove popoli che abitano la terra.
In Africa la credenza dell’origine dell’uomo da alberi è diffusa tra i Capri, gli Hereros e i Boschimani e si estende anche alle tribù della parte occidentale del continente.
Secondo la mitologia nordica gli Aso (Odino, Honir e Lodur) andarono alla spiaggia del mare e videro due alberi, un frassino e un ontano, giacenti a terrra.
Dal frassino essi trassero l’uomo Ask e dall’ontano la donna Embla: questi ricevettero da Odino la vita e l’anima, da Honir l’intelligenza e da Lodur il sangue e la carne.
Da Ask e Embla poi discesero tutti i popoli.
Secondo la mitologia iranica il primo uomo e la prima donna, Martija e Martijema, derivano insieme da un cespuglio, e anche delle dodici tribù d’Israele ognuna aveva una palma da datteri come sacro emblema.
Secondo le più antiche filosofie, gli uomini sono derivati da alberi.
Quando muoiono la loro anima torna nella pianta, sceglie per propria abitazione un albero o un fiore e, secondo l’antica teoria della trasmigrazione delle anime, essi vanno dopo la morte nei corpi di animali di ogni natura, tigri e maiali, topi e sorci, rospi e lucertole, così possono anche rivivere in forma di piante di qualsiasi specie.
Più antica certo della teoria dell’espiazione che trasforma il ladro di cereali in topo, l’adultero in cardo, l’omicida in un animale feroce, è la supposizione che l’uomo ritorni là da dove è venuto.
Le “metamorfosi” di Ovidio sono ricche di vecchi miti e leggende sull’origine di piante da uomini o dal loro sangue.
Dafne inseguita da Apollo innamorato, invoca la madre, Erda, ed è trasformata da questa in alloro: la bella Siringa si sottrae a Pane tramutandosi in una canna: le sorelle di Fetone piangendo disperatamente la morte del fratello, prendono la forma di albero.
Il narciso, che tra i greci era un’immagine della morte, sorge dal sangue di Narciso, il quale per aver rifiutato l’amore di Eco, fu condannato specchiarsi continuamente nell’acqua in cui cadde e morì.
Così Apollo dal corpo del suo amato Giacinto fece sorgere un fiore, e anche la viola spuntò dal sangue del frigio Attis, mentre la sua anima passò nell’abete sotto cui egli si evirò.
Accanto agli spiriti che si incarnano negli alberi, esistevano poi anche in India degli esseri dei boschi di altra natura, dei giganti abitatori delle foreste che rappresentavano gli orrori e i pericoli delle foreste stesse.
Essi inseguono chi attraversa le foreste e lo divorano.
Alcuni di questi esseri appaiono lunghi come alberi, o con forme strane, con mani e piedi neri: un altro prende la forma di un uomo e cerca il miele negli alberi, esso ha preparato con questo delle vivande avvelenate per uccidere il viandante: un altro ha rubato una donna e vive con essa nella sua tana.
Gli spiriti degli alberi possono deporre l’aspetto e prendere quello d’uomo o di esseri per metà uomini e metà animali per girovagare liberamente.
Facilmente essi appaiono ai ragazzi, stando tra i rami e le chiome degli alberi o nelle cavità di questi.
Nelle favole i figli dei Re s’imbattono sempre più nelle folte oscurità delle foreste in queste ragazze dai capelli d’oro, e questo è uno dei motivi favoriti nei miti e nelle leggende dei popoli.
Molto spesso dopo le epidemie donne, monaci, pellegrini trovando da qualche parte una immagine sacra, non la portavano in chiesa bensì nel bosco che veniva posizionata sopra di un albero o in una piccola cavità di esso possibilmente vicino a una fonte.
Il fusto crescendo stringe sempre più strettamente la statua incastonandola nella sua cavità.
Tale statue sono considerate dal popolo come dotate di speciali virtù potendo guarire tutte le malattie.
Le foreste e le macchie sono i più antichi templi del genere umano, l’albero è l’altare del sacrificio e il sito sacro dove si fanno le consacrazioni; l’albero racchiude in sé il soprannaturale e il mistero, e delle sua mistiche azioni è piena tutta la vita intellettuale degli uomini primitivi.
Questi alberi sacri al culto sono l’emblema dell’albero della genesi, dell’albero della vita e della morte, come pure della trasmigrazione delle anime e dei potenti esseri delle boscaglie primitive.
Nelle isole della Polinesia, oltre all’albero Vesi, con cui si costruiscono le canoe, sono specialmente il fico e il cocco considerati come abitazione degli dei.
A Tahiti l’albero Ao era piantato presso i templi; tra i Maori gli alberi sono sacri al dio uccello Tane.
I massi e i pali di legno, in cui è scolpita una faccia umana, sono adorati in tutta la Polinesia: tali totem sacri con sculture rappresentanti animali di ogni specie e colorati variamente e con vivacità sono considerati presso gli indigeni dell’America settentrionale come abitazione degli dei.
Anche tra i Malesi si considera come segno di divinità il fatto che due alberi intreccino fittamente i loro rami, o che in un tronco si stabiliscano le formiche bianche.
Tra gli Hereros in Africa si venerava specialmente l’Omumboro-Mbonga grandissimo albero dalla fronda rada e grigiastra e corteccia bianco-argentina profondamente solcata.
Essi amavano anche l’Albero Kennel simile ad una quercia chiamato Omuhivirikoa, ossia albero da glorificare.
Grande è il contrasto tra l’aspetto robusto, la corteccia scura poco appariscente di quest’albero e il color verde sbiadito delle foglie e il giallo dorato degli innumerevoli fiori dal profumo gradevole.
Il gigantesco Baobab è considerato dagli abitanti dell’Africa occidentale alla stessa stregua con cui un tempo i germani consideravano la Quercia.
Antiche tribù Africane contrassegnavano i loro alberi sacri appendendo ad essi teschi, corna, denti e pelli. Tra le popolazioni Turco-tartare la Betulla era considerata albero sacro; ad esso si attacca, oltre a idoli di ogni specie, una pelle di lepre.
Presso gli antichi popoli semiti, gli Assiri, i Fenici, quelli di Canan, come pure gli Israeliti del tempo premosaico, l’albero sacro (l’Aserah), come la pietra sacra (il Massebah), sono i principali segni di preghiera.
L’albero con verdi foglie e con folta chioma, il sempreverde terebinto, la frondosa quercia o l’albero piantato presso una fonte o un ruscello, come il pioppo o il salice viminale, sono quelli principalmente onorati di culto.
Se l’abbondanza delle fronde o l’esser sempreverde costituisce un carattere importante, anche l’albero senza fronde poteva avere una particolare importanza.
Infatti in Busiris, l’egiziano Osiride era adorato sotto forma d’un albero sfrondato.
Il fico e diversi altri alberi sono ancora oggi sacri agli Indù.
Nei tempi storici lo stesso fico e la quercia erano ancora considerati sacri dai romani; il bosco degli Arvali e quello di Diana sul lago di Nemi nei quali l’ultimo giorno di maggio si celebravano grandi feste, furono per lungo tempo famosi per il culto religioso e tenuti in grande onore.
Ricordiamo il Ficus Ruminalis, al quale si accostò, spinta dall’inondazione del Tevere, la cesta contenete Romolo e Remo, poi nutriti da una lupa.
Anche nell’antica Grecia il culto degli alberi si manifestava con il culto degli alberi vivi, come pure di pali, di colonne di legno e persino di tavole.
Ancora sino a tutto il medio evo, la chiesa dovette sempre lottare contro il culto di alberi e di fonti, come pure contro le feste cruente che vi si celebravano.
Il mondo vegetale è stato da sempre la farmacia principale e più importante del genere umano.
Le sua virtù e i suoi succhi salutari sono tutt’ora utilizzati per tutte le malattie, le ferite e le imperfezioni.
Il tabacco era infatti pianta sacra e col suo fumo si scacciavano i demoni delle malattie e il taumaturgo entrava in una stato di narcosi e di estasi, grazie al quale credeva di diventare padrone di forze miracolose. Persino le bevande inebrianti preparate con i succhi di piante hanno avuto la stessa storia, e le nostre osterie e distillerie sono il rimasuglio degli antichi templi delle religioni primitive.
L’invulnerabilità prodotta dalle piante era creduta dai Lanzichenecchi che tenevano con sé un talismano dei semi di felci o il catapuzio, corazza di ogni uomo.
I predoni di bestiame si assicuravano contro i colpi di arma da fuoco , da taglio o da punta se nel giorno di S. Giovanni prima del levar del sole andavano in cerca degli strobili più alti degli abeti, li staccavano e ne prendevano i semi.
Nel Parsifal sta scritto “Noi possediamo una pianta aromatica detta sangue di drago, di essa si dice che è nata dal sangue di un drago ucciso” e delle virtù miracolose di questa pianta, che per la sua origine fu denominata sangue di drago, si parlò in tutto il medioevo.
La mitologia Indiana fa sbocciare il fiore Rhoani dal sangue del cavallo del dio della morte Yama: secondo la versione graca esso deriva dal sangue di Prometeo.
Si diceva che “le piante di cui non si poteva constatare l’origine da semi o radici apparivano miracolose e dotate di virtù soprannaturali” .
Una vegetazione muschiosa sulla rosa selvatica la rende una pianta soporifera e la sua puntura da un sonno simile alla morte.
Se si pone un biancospino sotto al guanciale di chi dorme, questi non si sveglia, finchè tale pianta non sia stata levata (così dice il popolo).
Anche le felci, l’erba di S Giovanni o sangue di S. Giovanni (quest’ultimo nome indica l’origine del sangue), le piante sempreverdi, ecc. sono considerate come caratterizzate da virtù magiche.
Quasi tutte, come il sempervivum tectorum , che con un editto, l’imperatore Carlo Magno fece piantare sui tetti, difendono specialmente dalla folgore.
La vecchia dottrina medica di Paracelso nel secolo XVI esprime lo stesso modo di vedere e considera la fegatella (Anemone hepatica) che ricorda con le sue foglie il fegato, come un rimedio contro il mal di fegato, e ordina i cardi spinosi contro le pleuriti e il succo giallo della celidonia contro l’itterizia.
L’unguento magico con cui le streghe si ungevano per andare al monte Blocks nella notte di Valpurgis, era preparato con mandragora, belladonna, cicuta, papavero, stramonio, piante velenose e narcotiche.
La mela e la melograna sono spesso considerate come frutti sacri alle nozze, secondo la legge di Solone, la sposa doveva prima di ricevere lo sposo nella camera nunziale mangiare una mela; Giove la diede da mangiare a Era, e nel noto bassorilievo rappresentante le nozze di Jasone con Creusa questa ha una mela in mano.
Anche in Germania c’era l’usanza di dare una mela alla sposa, e nell’antica mitologia le mele d’Induna danno una eterna gioventù.
L’Abete presso le nostre popolazioni e la betulla presso i tedeschi, sono gli alberi luminosi che brillano nella notte di natale, ultime grandi memorie del culto degli alberi dei tempi più antichi.
E se questi oggi devono parlare soprattutto della nascita della nuova religione sorta in Betlemme, però i loro rami e le loro luci rammentano ancora l’antica religione primitiva, che pare esser stata una volta diffusa per tutta la terra.
Si possono raccontare ancora tante storie e leggende legate alle piante ed agli alberi, ma per ognuna di esse il pernsiero corre inevitabilmente alla comprensione di quanto l’uomo sia legato in maniera indissolubile alla natura, e quale e quanto possa essere potente il legame che ha instaurato con il mondo vegetale.
Quindi, tutte le arti e le scienze che ne derivano non sono altro che la dimostrazione di come l’essere umano possa prendere il massimo aiuto da questo regno per il mantenimento dello stato di salute.

Dott. Stefano Carlucci
Farmacista, Funzionario Azienda Farmaceutica
Naturopata, specializzato in Iridologia, Floriterapia di Bach, Riflessologia, Aromaterapia e Alimentazione naturale e intolleranze
www.altrobenessere.it

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