Quel fastidioso “rumore” chiamato: acufene

Definizione, cause e soluzioni

L’acufene o tinnitus (dall’inglese o dal latino) è definibile come la percezione da parte di un soggetto di un suono di diverso tipo, udito in una o in entrambe le orecchie o all’interno della testa. Questi fischi o ronzii vengono avvertiti in modo continuo ed intermittente e con diversa intensità, per effetto di processi patologici di varia natura interessanti l’orecchio interno, il nervo acustico o strutture anatomiche vicine.

Gli acufeni vengono classificati in OGGETTIVI, molto rari, dovuti a rumori effettivi, ossia udibili dall’esterno ed acufeni SOGGETTIVI, ossia non udibili all’esterno.

I primi vengono solitamente distinti in quattro diversi gruppi:

  • di origine temporo-mandibolare, dovuti, quindi, a dei disturbi della suddetta articolazione che comprende anche gli acufeni legati ad una mal occlusione dentaria.
  • cavitari, cioè delle cavità dell’apparato uditivo.
  • muscolari, dati dalle contrazioni dei muscoli della cassa timpanica, del palato e della faringe.
  • vascolari, che sono i più frequenti, dovuti a malattie o anomalie dei vasi arteriosi in prossimità dell’orecchio, come l’aneurisma dell’arteria carotide o tumori della vena giugulare ed altri malformazioni di tipo vascolare.

Altre patologie extra uditive che possono dare vita al tinnito sono le patologie dismetaboliche, come il diabete o la ipercolesterolemia, patologie neurologiche o anche carenze vitaminiche o di alcuni elementi fondamentali per la fisiologia delle cellule nervose come, per esempio, la ipozinchemia (basso contenuto di zinco nel sangue).

Gli acufeni soggettivi, invece, sono causati da attività spontanee o patologiche caratteristiche dell’apparato uditivo. Sono dovuti a cause molto più varie e vengono classificati in base alla sede anatomica della lesione o della malattia che li provoca.

Le affezioni dell’orecchio esterno sono quelle che portano alla occlusione del condotto uditivo che spesso si accompagna ad un abbassamento di udito (ipoacusia), ad una sensazione di orecchio chiuso ed un rimbombo nell’orecchio della propria voce (autofonia). In questi casi la pulizia del condotto uditivo può far regredire l’acufene.

Le otiti catarrali, le otiti congestizie e le stenosi tubariche (condizioni in cui si ha un restringimento delle tube di Eustachio), inoltre, caratteristiche dell’orecchio medio, possono causare ronzii auricolari che, anche in questo caso, si accompagnano a sensazione di orecchio chiuso, ipoacusia e autofonia.

Nell’orecchio interno, invece, qualsiasi variazione della pressione dei liquidi labirintici, su cui si ripercuotono anche gli sbalzi della pressione sanguigna, e qualsiasi mutamento della loro costituzione chimico-fisica, provocano impulsi abnormi che vengono percepiti dall’individuo sotto forma di sensazioni acustiche. Anche le cause di tipo traumatico possono provocare gli acufeni, in particolare, quando il trauma si esplica attraverso bruschi sbalzi della pressione atmosferica o è causato da un trauma che interessa la scatola cranica e secondariamente l’orecchio, ma anche se si tratta di un’azione traumatica che interessa direttamente l’apparato acustico.

È doveroso, comunque, puntualizzare che l’acufene non è una malattia, ma un sintomo del sistema uditivo e in particolare della chiocciola o coclea (l’orecchio interno anteriore) che è l’analizzatore e il codificatore delle onde sonore.

Nella coclea, situata nell’orecchio interno, ci sono 12.000 “microfoni” per trasformare i suoni in segnali elettrici e se qualche struttura subisce anche un piccolissimo danno ecco che aumenta il “rumore elettrico” di fondo, che può dare luogo all’acufene.

Ma essendo il sintomo di un qualcosa di più profondo e radicato, se vogliamo vedere la questione sotto un altro punto di vista, cioè quello psicosomatico, dobbiamo poter identificare il tipo di rumore che si sente, ciò che esso rappresenta per noi e capire se ci stiamo mettendo sotto pressione per non ascoltare i nostri bisogni o le emozioni legate a questo rumore.

Ma perché a circa il 60% dei soggetti con acufeni, la presenza di questo suono genera un fastidio più o meno marcato e solo in condizioni ambientali e psico-fisiche particolari, si arriva addirittura ad un livello di profondo condizionamento negativo della propria esistenza?

È perché per il restante 40% questo rumore di sottofondo, non viene percepito come un fastidio?

Ogni suono che raggiunge la nostra corteccia cerebrale viene confrontato con ciò che risulta in memoria e giudicato come positivo, negativo o neutro.

Per esempio, il suono del frigorifero che ascoltiamo quotidianamente, viene considerato neutro dal nostro cervello, per cui in breve lo esclude, lo lascia sotto soglia e noi non siamo più in grado di percepire quel suono se non con un atto di volontà.

Diversamente, se ascoltiamo la stessa musica al pianoforte per tutto il giorno, questo suono può essere vissuto positivamente o negativamente, a seconda del significato che riveste per noi: se a suonare è nostra figlia, sarà sicuramente diverso se fosse la figlia del vicino, che magari non ci sta molto simpatico.

Pertanto, non è l’intensità del tinnitus il problema ma come questo segnale aberrante viene letto ed interpretato dal cervello.

Ed è proprio questo concetto alla base della Tinnitus Retraining Therapy (TRT) o terapia di riabilitazione dell’acufene proposta dal neurofisiologo Pawel Jastreboff,  direttore del tinnitus and Hyperacudis Centerbe presso la Emory University di Atlanta. Grazie a questa terapia si genera nel cervello del paziente il meccanismo fisiologico dell’abitudine, come per il rumore del frigorifero: la TRT si avvale di generatori di rumore indossabili che producono un suono che è regolato al di sotto dell’intensità dell’acufene e riducono il fastidio facilitando il meccanismo dell’abitudine.

Questi generatori di rumore fanno in modo che il cervello filtri l’acufene riconoscendolo come un rumore inutile e permettono di non percepirlo più.

In alcuni casi, per quei soggetti che hanno una perdita di udito significativa, vengono, invece, utilizzate delle vere e proprie protesi acustiche che aumentano la percezione del rumore ambientale che di conseguenza mascherano, almeno in parte, l’acufene.

È bene sottolineare l’importanza, per la risoluzione parziale o totale di questo sintomo, del contatto continuo tra medico/terapeuta e soggetto affetto da tinnitus, dell’informazioni che rassicurano il paziente, mistificandone il significato negativo e facendo sì che il soggetto abbia un miglioramento repentino.

Infatti, l’ostacolo contro il quale si imbatte frequentemente un paziente affetto da acufeni è la scarsa informazione, le notizie completamente fuorvianti provenienti non solo da amici ma anche da medici poco informati, come:” per l’acufene non c’è nulla da fare, dovrai rassegnarti”.

Ma cosa deve sapere e fare, quindi, chi soffre di acufene?

  • Fuggire dalle false informazioni.
  • Sapere che l’acufene non è indice di una perdita di udito.
  • Sapere che il progressivo aumento di intensità dell’acufene, in alcuni momenti, non è indice di aggravamento, ma solo una variazione del meccanismo di compenso del cervello.
  • Rivolgersi ad uno specialista che si interessa di tale problema da tempo.
  • Sapere che per il disturbo degli acufeni c’è molto da fare.

Serena Brincatt


Bibliografia e Sitografia

Bibliografia
“Salute, dizionario medico, volume 1”, edizione speciale del corriere della sera, 2005 RCS Libri S.p.A.., Milano
Giorgio Mambretti e Jean Seraphin, 1999, “La medicina sottosopra. E se Hamer avesse ragione?”, Ed. Amrita
Claudia Rainville, 2010, “Il grande dizionario della metamedicina”, Ed. Sperling & Kupfer
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