L’approccio Naturopatico: il Metodo Scientifico incontra l’intersoggettività
In questo articolo riprendiamo la descrizione delle problematiche relazionali che il Naturopata necessariamente si trova ad affrontare nei suoi colloqui con il Cliente, in modo pressoché indipendente dal tipo di disagio da trattare.
Senza avere la pretesa di tracciare una vera guida al metodo con cui il Naturopata conduce i colloqui sul piano comunicativo, perimetro questo di esclusiva sua competenza, riteniamo opportuno approfondire i tratti fondamentali del contesto relazionale nel quale il Naturopata, come del resto tutti coloro che svolgono la loro attività per il benessere psico-fisico delle persone, si trova ad operare.
E’ opportuno intanto ricordare che, da Cartesio in poi, il corpo è visto da chi studia le sue funzioni, “da fuori”, come un organismo, anzi come un insieme di organi, dotati ciascuno di regole e funzionalità indipendenti dalla individualità della singola persona. Questa visione permette di stabilire cosa è “salute” e cosa è “malattia”.
L’analisi qualitativa e, soprattutto, quantitativa degli elementi costituenti è interpretata così secondo precisi schemi di riferimento: questa prassi, che attiene al metodo scientifico, ha permesso lo sviluppo ed i grandi progressi della medicina moderna : in questo visione l’elemento soggettivo è completamente escluso, anzi spesso viene ritenuto un ostacolo al processo di cura in ambito medico dove il paziente viene invitato ad uniformarsi ai protocolli terapeutici senza riserve che, in questo ottica, potrebbero ostacolare il processo di cura e guarigione.
Il Naturopata nell’esercizio di ogni sua specifica competenza si attiene completamente a questa regola, almeno fino alla individuazione – il più possibile precisa ed articolata – dei disagi lamentati, confortato dalle rilevazioni oggettive che il Cliente gli ha rappresentato.
E’ a questo punto, diversamente da quanto purtroppo avviene in molti ambienti medici dove la prassi, succube del limitato tempo a disposizione, impone di occuparsi soltanto di quella parte della nostra essenza “duale” che Cartesio chiamava “res extensa” e che attiene alle funzioni dei suoi organi e che può essere analizzata, quantificata, misurata, che l’opera del Naturopata diventa peculiare e- direi fondamentale- nella sua particolarità.
E’ qui infatti, nel colloquio che si svolge dopo la presa d’atto di tutto ciò che riguarda “i numeri” del corpo, che il Naturopata inizia ad occuparsi dell’altra parte del nostro essere “duale”, quella “res cogitans” che sappiamo oggi, grazie anche e soprattutto alle recenti scoperte scientifiche, essere spesso, e sempre più frequentemente, causa primaria o almeno con-causa dei nostri malesseri.
Si tratta infatti di evocare attraverso modi, gesti, parole e atteggiamenti di accoglienza e comprensione il vissuto del Cliente: non si tratta certo di una seduta di psicanalisi ma la persona che chiede supporto naturopatico deve sentirsi libera di esprimere – con i suoi tempi non soggetti ad una logica mercantile – le sue difficoltà nell’affrontare il suo quotidiano, le sue emozioni, i suoi sentimenti, le sue percezioni soggettive nelle relazioni con il suo ambiente, aspetti che hanno avuto un ruolo importante nella genesi del disagio e che lo avranno, pertanto, anche nel percorso di guarigione.
E’ qui che si incontrano le due “anime”, quella di chi chiede aiuto e quella di chi lo porge: è da questo connubio “alchemico”, da questo “fare anima”, per usare una locuzione suggestiva del poeta inglese J.Keats, ripresa dallo psicanalista americano J. Hilmann [1], che si genera la consapevolezza necessaria come buon viatico nel processo di guarigione, perchè, se è il corpo sofferente che funge da messaggero verso l’anima, è questa che deve agire.
Non dovremmo mai dimenticare che l’olismo a cui fanno riferimento continuo i principi formativi della Naturopatia consiste nel ricongiungimento tra corpo e psiche, tra materia e anima, unione alla quale Madre Natura ci obbliga se vogliamo vivere pienamente la nostra vita.
Principio che ha trovato già dalla prima metà del secolo scorso molti sostegni da parte di ricercatori e scienziati, particolarmente in ambito psicanalitico. Tra questi ricordiamo il fondamentale contributo dato dal medico e psicoanalista ungherese, naturalizzato statunitense, F. G. Alexander che, superando la teoria freudiana sulla sessualità come generatrice degli impulsi primari nella formazione della personalità, pose le basi per la nascita della medicina psicosomatica che amplia le conoscenze nella genesi e nella risoluzione di molte malattie, superando di fatto il pensiero riduzionista presente ancora in molti ambiti clinici.
Alexander, infatti, riconosce l’importanza dei meccanismi inconsci e subconsci come agenti diretti o indiretti nel “ruolo causale dei fattori emotivi nelle malattie”, attraverso una visione dai tratti marcatamente olistici e antesignana della PNEI, come riconosciuto dallo stesso Bottaccioli [2].
Anche la ricerca scientifica attuale, in particolare nel campo delle neuroscienze, nel tentativo di superare le contraddizioni ed i limiti del paradigma cartesiano che esclude di fatto il soggettivo come elemento di studio, ha iniziato a considerare come argomento fondamentale nella comprensione dei meccanismi che danno luogo alla coscienza, l’intersoggettività ovvero la capacità umana di maturare idee e convinzioni diverse ma anche di trovare un accordo a partire da tali situazioni di diversità di pensiero.
Il nostro auspicio è che la scienza pervenga ad un modello nel quale trovino pari dignità la materia considerata inerte con le sue Leggi “oggettive” e la vita in tutte le sue forme, compresa la psiche umana con la sua ”soggettività”, entrambe iscritte in un rigoroso contesto etico e coerenti con le Leggi di Natura.
Prof. Luciano d’Abramo
[1] “Il codice dell’anima”, J. Hillman- Adelphi Edizioni, 2009
[2] Si veda nella Rivista PNEINEWS n. 1 -2024, l’articolo di Francesco e Anna Bottaccioli su tale argomento.

