L’umanità nella età della tecnica: l’IA, progresso o modifica antropologica?
In questo articolo cercheremo di approfondire come si è modificato nel corso della storia il rapporto tra l’umanità e la natura e come lo sviluppo della tecnica lo abbia influenzato, modificando la sua visione del mondo e il suo relazionarsi ad esso.
La narrazione biblica secondo la quale l’uomo è stato creato ad immagine e somiglianza di Dio e dunque a lui spetta il vertice degli esseri viventi, si riverbera perfettamente nella storia di tutta l’umanità e dunque ben oltre i confini geografici dove questo racconto si è diffuso, almeno sin dai tempi che siamo riusciti, sia pure in parte, a descrivere e conoscere: il concetto di dominio sugli esseri viventi e in generale sulle risorse del Pianeta, da parte dell’uomo ne è l’esempio più evidente ed eclatante. Eppure, questa visione decisamente antropica ha vissuto diverse crisi, soprattutto a causa delle scoperte scientifiche e delle teorie che da queste si sono sviluppate e diffuse: tra le più importanti possiamo individuarne almeno quattro.
La prima è senz’altro rappresentata dalla rivoluzione copernicana che, sia pure con difficoltà iniziali dovute agli ostacoli mossi dal potere religioso dove la dottrina giudaico -cristiana si era affermata maggiormente, ha derubricato il nostro Pianeta ad un minuscolo quanto insignificante corpo celeste orbitante attorno ad una stella di media grandezza, a sua volta facente parte di un insieme di miliardi e miliardi di altre stelle che si muovono in un Universo praticamente infinito…. Da questa crisi è nata e si è sviluppata la scienza moderna, con il suo metodo osservativo e sperimentale; siamo nel periodo che conosciamo come Umanesimo e Rinascimento, frutto di una nuova visione antropocentrica: l’uomo non è più un essere inserito in un ordine divino prestabilito e con un ruolo nella società dettato dalle sue origini, ma individuo in grado di esprimere la sua creatività e intelligenza nel campo dell’arte e della scienza in modo da lasciare tracce significative nel mondo attraverso le opere del suo ingegno. In questo periodo la tecnica è ancora strumento nelle mani dell’uomo che costruisce ed opera nell’ambiente, modificando la sua relazione con i fenomeni naturali che cerca di controllare per quanto le sue conoscenze, ancora molto limitate, lo permettono.
La seconda e fondamentale crisi è maturata durante l’affermarsi delle teorie darwiniane sull’origine delle specie viventi verso la metà del XIX secolo, frutto di indagini e di osservazioni nelle quali il metodo scientifico è riconosciuto come in grado di rendere conto ed ampliare le conoscenze che l’uomo può avere su sè stesso, sulle sue origini, sull’ambiente che lo circonda e del quale fa parte integralmente pur con le sue differenze. E’ quindi la combinazione e la sperimentazione di eventi, unita alla selezione di quelli che migliorano le capacità di adattamento che fa sì che le specie viventi, compreso l’uomo, possono evolvere verso forme più in grado di perpetuarsi. La specie umana diviene dunque, in questa visione, il risultato di processi naturali selettivi, di tentativi, anche di “errori” e delle capacità di correzione di questi: migliorando i suoi mezzi di controllo dei fenomeni naturali e con l’aiuto di tecniche di manipolazione idonee verso l’ambiente può migliorare le condizioni della sua esistenza. E’ ancora una umanità che guarda a sè stessa come specie privilegiata, erede ancora di quell’antropocentrismo che la caratterizzava nel passato. E in questo crogiolo di nuove idee e nuove scoperte che avviene la prima rivoluzione industriale, durante la quale la speranza di un domani ultraterreno ha lasciato il posto ad una fede in un futuro prossimo esclusivamente terreno, nel quale le sofferenze ed il dolore saranno vinti grazie alle capacità della scienza e della tecnica che le renderà utilizzabili per migliorare le condizioni di vita dell’umanità.
L’uomo “faber” ha dunque vinto, con l’aiuto della tecnica sempre più perfezionata ed al suo servizio, la sfida che lo vede ancora contrapposto ai limiti che la Natura gli impone? A questo tipo di domande lo scienziato e il ricercatore agli inzi del XX secolo avrebbe probabilmente risposto affermativamente … ma il rivolgere le energie e le capacità esclusivamente verso il “mondo là fuori” lascia inesplorato e fonte di problemi il suo “mondo interiore”: è da qui che nasce la terza crisi profonda che trova in Freud e nei suoi successori il suo compimento. Non solo l’uomo non è in grado di padroneggiare le sue pulsioni interiori ma neanche di conoscerle: le sofferenze di tipo psichico che affliggono l’uomo hanno origine da pulsioni inconsce che, quando causate da conflitti profondi con la parte cosciente o da traumi repressi, incidono sul piano organico e quindi sulla fisiologia della persona, con effetti non meno devastanti di quelle che attaccano direttamente la struttura fisica. E’ una umanità che si scopre fragile e ferita nella sua natura interiore e che scopre l’importanza di conoscere meglio le sue pulsioni interne, i desideri che albergano nella parte più intima del proprio essere…. E’ da notare che anche in questo caso il principale aiuto per risolvere il problema della psiche è richiesto alla tecnica: si elaborano infatti tecniche psicanalitiche, come l’associazione libera, l’interpretazione dei sogni ecc…
L’individuo rimane ancora al centro della scena anche se “supportato” da una scienza medica e psicologica che cerca ed analizza strumenti e metodi, principalmente di natura verbale, per eliminare o almeno diminuire i suoi disagi.
Siamo quindi arrivati fino verso alla metà del xx secolo dove possiamo senz’altro definire e descrivere come pervaso da una “civiltà delle macchine”, in cui la tecnica ha permesso all’uomo di servirsi di “automi” in grado di favorire e velocizzare enormemente i suoi spostamenti, svolgere calcoli anche complessi e funzioni ripetitive di tipo manuale al suo posto, permettere comunicazioni a distanza, illuminare il buio della notte… Ma l’umanità che se ne serve ne ha ancora il controllo: può progettare, costruire, riparare questi automi, ne mantiene insomma ancora in tutto e per tutto il loro dominio.
A questo punto inizia la quarta crisi, una crisi enorme che è ancora in atto e della quale non sono ancora i noti i limiti e la portata. Possiamo porre il suo inizio durante la seconda guerra mondiale quando il matematico inglese Alan Turing inventò un test che porta ancora oggi il suo nome. Questo test consiste in una serie di domande poste da una persona ad un ente, che può essere un’altra persona o un computer, dalla cui risposte la persona che interroga deve decidere se provengono da un essere umano oppure da un cervello elettronico. Se l’interrogante non riesce a distinguere le risposte fornite dal computer da quelle fornite da un essere umano, la macchina supera il test e può essere considerata intelligente, almeno nel contesto in cui si è svolto il test.
E’ questa l’idea di intelligenza artificiale, anche se il termine si deve all’informatico statunitense John McCarthy che lo introdusse durante un convegno sui linguaggi di programmazione avanzati nel 1956. Per comprendere meglio lo sviluppo dei programmi di intelligenza artificiale va però ricordato che la nascita dei primi computer in sostituzione delle macchine calcolatrici ha già in nuce il progetto di sostituire, almeno in parte, il lavoro degli esseri umani, non solo per l’esecuzione di calcoli lunghi e complessi ma anche per elaborare dati di ogni genere purchè codificabili in forma digitale: in sostanza il calcolatore elettronico è progettato per svolgere funzioni concettuali, prendere decisioni sulla correttezza di dati secondo regole specifiche definite a priori, immagazzinare enormi quantità di dati per renderli disponibili all’occorrenza.
I linguaggi di programmazione che via via vengono inventati sono sempre più orientati ai problemi da risolvere, simulando l’intervento umano con il suo modo di procedere nel risolvere problemi.
Inoltre,la disponibilità di macchine sempre più veloci e di processi di miniaturizzazione posti in opera dallo sviluppo di una tecnologia avanzata, permette l’elaborazione e trasmissione di quantità di dati enormi con velocità inimmaginabili per una mente umana….E’ a questo punto che la realizzazione del progetto di Intelligenza Artificiale compie ulteriori ed enormi balzi in avanti: oltre a fornire risposte in tempi brevissimi, basate su tutti i dati disponibili come se si consultasse una enciclopedia universale in modo pressoché istantaneo, si modellano algoritmi complessi che sono in grado di “generare” risposte univoche sulla base della probabilità con cui queste sono presenti sui diversi contesti. Stiamo parlando, in questi casi della logica “fuzzy” che supera la risposta binaria “zero” o “uno” tipica dei calcolatori tradizionali, proponendo risposte che esprimono la probabilità di essere quella giusta tenendo conto con appositi algoritmi del contesto in cui viene posta. Questa logica segue ed emula quella utilizzata dalla rete di neuroni con la quale la mente umana sviluppa i pensieri, valuta scelte,prende decisioni.
E’ essenziale però osservare che tutti i risultati che può produrre una macchina, per quanto potente e veloce, è frutto di tutto quello a cui può avere accesso sulla base delle informazioni e degli algoritmi per i quali è stata programmata; può, ad esempio, anche riprodurre un’opera d’arte se questa è già presente nelle Banche di dati alle quali ha accesso, magari modificandola sulla base di input prestabiliti “ a priori” ma non potrà mai ideare un’opera “ex novo”, a partire da un’idea nuova o da un impulso creativo semplicemente perchè non ne può avere né potrà mai averne……
Concludiamo questo excursus generale sulla genesi e sullo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale con alcune considerazioni su come sia meglio porci per utilizzarla allo scopo di produrre benefici nella nostra vita e per evitare derive pericolose che possono invece modificare in senso negativo aspetti che reputiamo importanti nella nostra esistenza.
Una fondamentale attenzione da porre in questo senso ci viene dalla considerazione, sempre più evidente, ma non per questo meno pericolosa, dall’osservare l’uso improprio che se ne fa quando si generano dati ed informazioni non veritiere, notizie false, eventi mai accaduti….
E’ qui che deve intervenire la nostra capacità di valutazione proprio nel significato del termine: ovvero assegnare un valore alle riposte che otteniamo dall’elaborazione dei dati attraverso l’IA: dovremmo sempre tener presente che una macchina per quanto sofisticata non potrà mai avere la consapevolezza del significato delle informazioni che elabora.
Anche quando si fa riferimento a processi elaborativi di tipo “generativo” dobbiamo tener presente che ci si riferisce a produzioni di risposte strutturalmente corrette, ma prive del significato che solo la coscienza umana è in grado di attribuire. Se scriviamo una frase, possiamo infatti scriverla correttamente dal punto di vista grammaticale o sintattico– ed è questo che può fare una IA, a partire dalla sua generazione. Possiamo anche analizzarla nel suo significato, ovvero valutarne la sua semantica: è questo il processo che nessuna macchina, per quanto veloce e sofisticata, potrà mai fare.
In tutti i casi in cui la nostra mente rimane dubbiosa circa la risposta ottenuta, è opportuno cercare,magari anche con mezzi più tradizionali, di accertare la validità di questi dati, mantenendo la nostra capacità di discrimine che ci permette, con la nostra intelligenza e sensibilità confortata dalle nostre esperienze di vita, di distinguere ciò che è relamente possibile da ciò che è fortemente improbabile o, più spesso, verosimile ma sottilmente manipolatorio.
L’approccio da tenere sempre a mente quando ci rivolgiamo all’IA è che il nostro fine rimane quello di aumentare la nostra conoscenza del mondo e di noi stessi, stando ben attenti a comprenderne il sensoed il significato delle sue risposte, cosa che nessuna IA potrà mai fare.
Dobbiamo pertanto porre attenzione al fatto che esse rappresentano al più dati che prescindono dalla nostra soggettività,con la quale noi elaboriamo le percezioni che vengono dal nostro mondo interiore e dall’ambinete esterno, ricchezza questa che nessuna macchina potrà mai possedere. E’ soltanto la nostra esperienza vissuta che ci permette di provare sentimenti ed emozioni che arricchiscono la nostra realtà più intima e profonda.
In altri termini è la nostra soggettiva relazione con il mondo esterno che ci permette di espletare la nostra creatività: i nostri atti decisionali, le azioni che seguono le percezioni interne che elaborano il nostro rapporto col mondo esterno sono elementi creativi che appartengono al nostro corpo/mente in quanto esseri senzienti e che nessun insieme di algortimi e calcoli potrà mai esprimere.
In ultima analisi, l’ostinata volontà di crederci al vertice di tutto l’Universo, al di là di ogni prova contraria che pure abbiamo trovato durante il corso della storia, non ha fatto altro che allontanarci dalla Natura, unica realtà in cui siamo inscritti e che ci ha dotato di differenze che ci permettono di assaporare la bellezza delle sue manifestazioni ed il valore che assumono i nostri comportamenti nelle relazioni con gli altri esseri: riscopriamo questa verità nel nostro quotidiano sia fuori che dentro di noi e nessuna macchina potremo mai temere possa uguagliarci.
Prof. Luciano D’Abramo

