La medicina dell’ottimismo

 

Epicuro attribuiva alla filosofia la funzione di un farmaco capace di guarire quattro malattie: il timore degli dèi, la paura della morte, il dolore e il dispiacere. Per questo lo chiamava tetraphármakos.
Ma l’effetto di questa medicina, per lui come per gli altri saggi, era l’imperturbabilità, cioè un atteggiamento di distacco dal mondo, non però a priori, cioè a vent’anni, o giù di lì: siamo venuti al mondo per farne esperienza, che senso avrebbe isolarci subito, ritirarci in un convento, sul Tibet o in un’isola deserta?
A che pro? Per essere liberi? Per essere noi stessi?
Cosa significa essere se stessi?
Non è nell’isolamento che possiamo trovare “il nostro sé”.
La vera libertà è una conquista, e non si merita se non dopo una lunga costrizione di prigionia, dove per prigionia s’intende il vivere in mezzo alla gente, in mezzo al traffico, in mezzo a tutte le costrizioni, le limitazioni e le sovrastrutture che la società civile ci impone, ma per liberarcene, dopo averle vissute, assimilate e fatte nostre.
Quello è il nostro sé: non l’individuo, chiuso come in un bozzolo, “monade senza finestre”, ma l’umanità, che dobbiamo assorbire e sentire dentro di noi.
Benedetto Croce attribuiva il giudizio positivo o negativo che diamo della realtà a un moto passionale, causato da buono o da cattivo umore.
Di tutto, diceva, si può parlar bene o male, tranne che della realtà e della vita, la quale crea essa e adopera ai suoi fini le categorie del bene e del male, per cui il nostro giudizio, positivo o negativo che sia, non ha senso.
Uno dei primi ingredienti per vivere sereni e in armonia con la natura è l’ottimismo, cioè quella “filosofia” che ponendo a fondamento della realtà un principio razionale giunge alla conclusione che tutto ciò che esiste, per il fatto che esiste, è un bene, compreso il male, nel senso che il male è bene che ci sia, come è bene che ci siano il cattivo tempo per poter godere del bel tempo, il dolore per poter godere del piacere, e così via.
Leibniz, a cui risale il termine “ottimismo”, diceva che il nostro è “il migliore dei mondi possibili”, in quanto Dio, Essere buono e perfetto, trasse dalle infinite possibili combinazioni di perfezioni quella “ottima”, che esprime la realtà più ricca possibile.
Quando diciamo “prendere la vita con filosofia” diamo per scontata una verità, che cioè il filosofo, il vero filosofo, è una persona che si mantiene serena anche di fronte alle più grandi sventure (“Cascasse il mondo, io resto insensibile di fronte a tanta rovina”, diceva Orazio).
Il vero filosofo non piange e non ride, anche se ha una visione pessimistica del mondo e della vita, anche se non crede in Dio e nell’aldilà. Schopenhauer, il filosofo del pessimismo per antonomasia, non si strappava i capelli, anche se, sulla scia della filosofia indiana, considerava il mondo un’illusione (un sogno, un “lila”, un gioco divino), sostenendo che un velo (il “velo di Maya”) c’impedisce di cogliere questa verità, facendoci scambiare per reale ciò che tale non è.
Ora noi il mondo, con tutta la forza della nostra volontà, non possiamo eliminarlo, ma un po’ di pulizia, dentro di noi, possiamo farla.
Il metodo è molto semplice.
Il nostro cervello (tutto infatti parte da lì) è un contenitore, in cui c’è dentro di tutto: immagini, pensieri, emozioni, sensazioni. Come un computer.
Ma come un computer, e come l’ambiente in cui viviamo, è inquinato da tante cose inutili e dannose.
Bisogna fare pulizia.
Bisogna risettare il cervello, non riducendolo ad una tabula rasa, come faceva Socrate coi suoi interlocutori per mettervi dentro le sue idee e le sue opinioni, e nemmeno come la filosofia Zen, che ha per scopo il vuoto mentale: dobbiamo semplicemente – da noi stessi, senza l’intervento di alcuno –  eliminare, spostandoli nel cestino (come si fa coi file inutili che non servono più), i pensieri molesti e dannosi, i virus, insomma, che inquinano la nostra mente e la nostra vita stessa.
Un’operazione che dobbiamo fare noi personalmente sia per evitare corsi e ricorsi sempre possibili quando ci si affida ad altri (psicanalisti o santoni indiani), sia perché siamo noi i padroni del nostro cervello, come di tutto il nostro mondo interiore, e noi soltanto ne possediamo la chiave, o la password.
Solo così, una volta sgomberati tutti i depositi in cui si sono ammassati, spesso alla rinfusa, i pensieri e le immagini che disturbano il perfetto e sereno funzionamento del nostro cervello, potremo vivere contenti e felici, realizzando l’antico detto latino mens sana in corpore sano.

Prof. Mario Scaffidi Abbate
http://www.marioscaffidiabbate.com

Mario Scaffidi Abbate

Mario Scaffidi Abbate è nato a Brescia il 18 gennaio 1926, dopo un parto irregolare e quanto mai drammatico: il corpo, infatti, si era presentato all’incontrario e alla fine non dava più segni di vita, né sarebbe sopravvissuto se la governante, che assisteva la levatrice, dopo averlo avvolto in una coperta e strofinato energicamente, non gli avesse infuso nei polmoni il suo stesso respiro.

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