Il senso dell’unione e dell’unità

 

Uno dei più grandi handicap dell’uomo, se non il primo in assoluto, è la perdita del senso dell’unità e dell’unione col tutto, dovuta all’individualizzarsi della coscienza divina, se è vero che ogni individuo è una incarnazione di Dio. 
È da qui che derivano il nostro smarrimento, il nostro malessere, i nostri problemi, i nostri interrogativi, la mancanza di una vera e costante pace interiore, poiché con la nostra nascita è venuto a mancare, nel nuovo stato di coscienza o nella nuova dimensione in cui ci troviamo, il giusto, armonico ed equilibrato rapporto con Dio e con l’universo intero.
Se le cose stanno così è evidente che il nostro compito (anche se non il primo, poiché ciascuno di noi ha una sua vita e una sua “missione” particolare) dovrebbe essere il recupero di questo senso di unità, perduta o non più percepita in modo pieno e totale, cosa non impossibile, visto che molti sono riusciti e riescono a percepirlo, a livello profondo.
È in questa dimensione che risiede il vero benessere dell’uomo, e lo testimoniano molti saggi, mistici e santoni orientali. Su questo argomento esistono molti libri, di cui uno dei più recenti s’intitola Risvegliarsi all’unità.
Tutti, insomma, proveniamo da una patria comune, e questa verità dovrebbe spingere chiunque su questo cammino, credenti e non credenti, poiché, indipendentemente dalla esistenza di un Dio e di un aldilà personale, essere in pace e in armonia con l’universo e coi nostri simili è cosa buona e giusta.
Partiamo da una constatazione.
Tutti i discorsi filosofici sull’esistenza, che con diverse argomentazioni i pensatori occidentali e orientali fanno da millenni, non sono campati in aria ma hanno sempre avuto via via un riscontro concreto nella nostra realtà biologica, attraverso scoperte scientifiche.
C’è, per esempio, una ghiandola, l’ipofisi, da cui dipendono tutte le altre ghiandole. Se l’ipofisi riceve un messaggio positivo, di equilibrio e di tranquillità, lo trasmette a tutte le altre ghiandole.
Mens sana in corpore sano: abbiamo due strade e due punti di partenza per conseguire l’equilibrio e l’armonia: il corpo e la mente.
La mente può molto sul corpo, ma se siamo deboli di mente, proviamo a partire dal corpo, così come se siamo deboli nel corpo, cerchiamo di potenziare la nostra mente.
La vita è circolo, i punti di partenza sono tanti, e tante le strade che ci si aprono davanti.
Nel corpo umano ci sono 21 centri di energia, o chakra, 7 nel mezzo, 7 sopra e 7 sotto, che possono essere attivati con tecniche particolari.
Quando si attiva il chakra del cuore, per esempio, si avverte come un senso di amore infinito, quando si attiva il chakra della gola si percepisce una profonda pace, quando infine si attiva il chakra corona si percepisce l’unità.
Ciascuno di questi risvegli è l’inizio di un processo che porta alla illuminazione. Ma un’illuminazione vera e propria, cioè un ritorno all’energia pura, si potrà avere solo con la dissoluzione del corpo.
La quale può avvenire, in casi rarissimi, anche attraverso la meditazione: alcuni santoni indiani al colmo della loro estasi si sono letteralmente inceneriti.
Il risveglio è sempre il risultato di un processo cerebrale, che porta all’equilibrio e all’armonia.
Finché questo non accade, l’uomo è sostanzialmente un ammalato. Dicono che quando il lobo parietale destro registra un’attività sotto le venticinque unità e quello sinistro sotto le trenta, e quando c’è un differenziale di venti unità fra il lobo frontale sinistro rispetto a quello destro, il cervello è guarito e a quel punto riacquista il senso dell’equilibrio, dell’armonia e dell’unità.
Il quale può essere definitivo o temporaneo. Sta a noi saperlo mantenere.
A Copenhagen, in Danimarca, uno psicologo clinico, il dottor Eric Hoffman, utilizza da molti anni i dati degli encefalogrammi come forma di biofeedback, insegnando ai pazienti a rilassarsi, a concentrarsi o a meditare, e i risultati si vedono subito su uno schermo.
La conclusione è che nel cervello avvengono dei cambiamenti a livello cellulare, che determinano diversi stati di coscienza.
Il cervello non è una singola unità. Un eminente studioso, il dottor Paul D. MacLean, ha tracciato un modello della struttura cerebrale che ha chiamato “cervello tripartito”, una sorta di tre computer biologici interconnessi fra loro, ognuno con una propria intelligenza specifica, un suo senso del tempo e dello spazio, una sua memoria, un suo motore e sue funzioni.
Ciascuno di questi cervelli corrisponde a un processo evolutivo.
Il più primitivo dei tre, che costituisce la base del cervello tripartito, è il cervello rettiliano, che presiede alla soggettività, il secondo è il cervello mammaliano, che presiede alle relazioni sociali, il terzo è il cervello superiore, costituito dalla corteccia cerebrale. Ebbene, la meditazione o altre tecniche analoghe generano uno spostamento di energia dal cervello rettiliano alla corteccia cerebrale.
Siamo immersi in un continuum di Coscienza Cosmica, da cui il nostro cervello filtra solo un’infinitesima parte, decodificandone i dati e trasformandoli in facoltà intellettive e sensoriali che ciascuno interpreta, necessariamente, come un suo patrimonio personale.
Ma nella dimensione dell’inconscio non esiste una vera separazione fra una coscienza e l’altra: l’inconscio è collettivo e in questo mare magnum ciascuno pesca solo qualche frammento, diversamente sarebbe la pazzia.
Tuttavia ogni singola persona è in grado di attingere da quell’immenso serbatoio dei flash, che in modo più o meno palese e in maggiore o minore misura, testimoniano l’unicità dell’esistenza, se è vero che spesso abbiamo la sensazione di essere già vissuti e ci riconosciamo nelle azioni e nei pensieri di altri.
Oggi l’uomo sta affrontando una delle più grandi crisi della sua storia.
Ogni crisi è il sintomo di uno stato di coscienza, che crea disagio e sofferenza.
Ciò è dovuto al fatto che gli esseri uma­ni, fin dalle origini, si sentono come intrappolati in un senso di separazione, perché sono “individui”, incarnazioni, come abbiamo detto, personalizzate di Dio, e perciò “staccate” da Lui.
Col passare del tempo l’uomo si è abituato a questa situazione, che ha finito col considerare il suo stato normale, ma nel fondo la separazione permane.
Oggi va affermandosi sempre di più la consapevo­lezza che questo stato non è naturale e che tutti siamo in grado di liberarcene
I problemi dell’uomo sono tutti riconducibili ad una sola causa: il senso di un io separato, la percezione di un io e un non-io (come diceva Fichte): tesi e antitesi, un processo dialettico in cui riusciamo a fatica ad operare le varie sintesi fra gli opposti (o, più precisamente, i “distinti”) che ci si presentano, ma non la vera, la grande sintesi, la Sintesi delle sintesi, che può mettere a posto tutte le cose e risolvere il nostro problema fondamentale, quello dell’unità. E’ questo conflitto che causa tutti i nostri problemi, fra noi e gli altri, così co­me le guerre, interne ed esterne, e i conflitti religiosi.
La colpa, si dice, è del “sistema”. Anche. Ma il sistema siamo noi.
Cambiare o migliorare il sistema (politico, religioso, economico o sociale) non serve a molto, non risolve i nostri problemi personali: lavorare sul sistema, dice Bhagavan, un grande saggio indiano, è come lavorare sui sintomi, non sulla malattia.
La vera causa, la radice del problema, è que­sto senso di un sé separato.
Oggi, a dispetto della globalizzazione (che è stata la conseguenza del suo malessere), l’individuo è più egoista, così egoista che tende a vivere anche a spese degli altri. Bisogna modificare questo atteggiamento se si vuole creare un mondo veramente nuovo.
Non sono parole vuote, non è un’utopia. Si tratta di lavorare sul concreto, sul cervello, è un fatto di energia. Se si riduce l’iperattività dei lobi parietali, questo senso del sé lentamente svanisce.
Si comincia a sentirsi sempre più connessi, sempre più par­te di un tutto, a partire dalla famiglia per arrivare all’umanità: la costruzione di un mondo globale deve muovere dall’interno di ognuno, o meglio, è giusto che la globalizzazione sia venuta, diciamo così, da fuori, ma per farla funzionare bene bisogna che ciascuno lavori dentro se stesso.
Spesso la natura (che poi è l’uomo che lo fa inconsapevolmente) sembra anticipare i suoi cambiamenti, proiettando come fuori di sé un modello, affinché l’uomo lo guardi per integrarvisi. Il punto di partenza per il recupero del senso dell’unità è la famiglia, poi vengono gli altri, l’umanità, finché quel senso non si allarga sino ad arrivare a Dio: la coscienza di Dio (in cui ancora il dualismo io-Dio permane) si fa coscienza divina, l’uomo s’identifica con Dio.
Dopodiché possiamo anche non curarci del “sistema”, sia esso politico, religioso, socioeconomico o culturale, ma non per questo dovremo necessariamente starcene con le mani in mano a contemplarci l’ombelico, come i monaci di un tempo, che tanto fastidio davano al realista Giosué Carducci.
Tutto potrà pure scorrere come prima ma noi, a livello individuale, saremo in pace con noi stessi. E intanto, come dei pionieri, avremo spianato la strada ad altri, contribuendo alla trasformazione dell’intera l’umanità.

Prof. Mario Scaffidi Abbate
http://www.marioscaffidiabbate.com

Mario Scaffidi Abbate

Mario Scaffidi Abbate è nato a Brescia il 18 gennaio 1926, dopo un parto irregolare e quanto mai drammatico: il corpo, infatti, si era presentato all’incontrario e alla fine non dava più segni di vita, né sarebbe sopravvissuto se la governante, che assisteva la levatrice, dopo averlo avvolto in una coperta e strofinato energicamente, non gli avesse infuso nei polmoni il suo stesso respiro.

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